Jazz Network, Regione Emilia-Romagna Assessorato alla Cultura
Ater, Associazione i-jazz, Comune di Ravenna Assessorato alla Cultura, Comune di Rimini Settore Cultura
Comune di Correggio, Comune di Imola Assessorato alla Cultura
Comune di Russi - Teatro Comunale, Comune di Bagnacavallo Assessorato alla Cultura, Antico Convento San Francesco di Bagnacavallo
Comune di Modena Assessorato alle Politiche Giovanili, La Tenda di Modena, Associazione Culturale Muse
Comune di Castelfranco Emilia Assessorato alla Cultura, Associazione Amici del Jazz di Modena
Comune di Parma Assessorato alla Cultura, Ars Canto G. Verdi - Parma
Comune di Forlì Assessorato alla Cultura e alle Politiche Giovanili, Teatro Diego Fabbri di Forlì
Italian Jazz Orchestra, Entroterre Festival, Associazione Scuola Musicale D. Alighieri Bertinoro
Comune di Castel San Pietro Terme Assessorato alla Cultura, Combo Jazz Club di Imola, Uisp Castel San Pietro Terme
Comune di Casalgrande Assessorato Tempo Libero, Comune di Massa Lombarda Assessorato alla Cultura
Comune di Solarolo Assessorato alla Cultura, Comune di Fusignano Assessorato alla Cultura
Comune di Gambettola Assessorato alla Cultura, La Baracca dei Talenti - Gambettola, Teatro del Drago
Comune di Dozza Assessorato alla Cultura, Cooperativa Tre Corde - Compagnia Teatrale della Luna Crescente
Fondazione Teatro G. Borgatti di Cento, Paradiso Jazz di San Lazzaro di Savena, Piacenza Jazz Club, Jazz Club Ferrara
Cisim di Lido Adriano - Associazione Culturale Il Lato Oscuro della Costa, Fondazione Teatro Socjale - Piangipane
Mama’s Club - Ravenna, Bronson Produzioni
Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo
Con il patrocinio di SIAE - Società Italiana degli Autori ed Editori

 

Crossroads

-- SCHEDE ARTISTI --


24-feb | 2-mar | 3-mar8-mar | 9-mar | 10-mar | 15-mar17-mar | 18-mar | 20-mar | 21-mar | 22-mar | 23-mar | 24-mar | 26-mar | 29-mar | 30-mar | 31-mar |
 3-apr | 4-apr | 5-apr | 8-apr | 10-apr | 12-apr | 13-apr | 14-apr | 15-apr | 16-apr |
19-apr | 20-apr | 21-apr | 22-apr26-apr | 27-apr | 30-apr |
1-mag | 3-mag | 4-mag |
5-mag | 6-mag | 7-mag | 8-mag | 9-mag | 10-mag | 11-mag | 12-mag | 13-mag | 15-mag |
16-mag | 17-mag | 19-mag | 20-mag | 22-mag | 23-mag | 25-mag | 26-mag | 27-mag | 30-mag | 1-giu



Sabato 24 febbraio
Casalgrande (RE), Teatro Fabrizio De André, ore 21:15
PAOLO FRESU DEVIL QUARTET
“Carpe Diem”
Paolo Fresu – tromba, flicorno, effetti; Bebo Ferra – chitarra;
Paolino Dalla Porta – contrabbasso; Stefano Bagnoli – batteria
Paolo Fresu artist in residence

Già protagonista dell’inaugurazione di Crossroads 2017, proprio a Casalgrande, Paolo Fresu torna con il suo Devil Quartet per dare il via anche a questa nuova stagione del festival itinerante. Ma nel frattempo il programma musicale della band si è completamente rinnovato, grazie al nuovo progetto discografico Carpe Diem, composti per la maggior parte dai membri del gruppo e dai quali traspare una particolare attrazione per la cantabilità delle ballate. Ma fa capolino anche una dedica ai Rolling Stones.
Il Devil Quartet di Paolo Fresu ha mosso i primi passi sulle scene verso il 2005: raccoglieva l’eredità di una precedente formazione, l’Angel Quartet, e in pratica la sostituiva. La dialettica dei nomi non è affatto casuale. Rispetto alle possenti iniezioni elettriche con le quali la chitarra di Nguyên Lê caricava il sound dell’Angel Quartet, la nuova band si caratterizzò immediatamente per le sue sonorità più nitide, tanto da sembrare acustiche nonostante il sensibile ricorso agli effetti elettronici di Fresu e Bebo Ferra. Da allora, nella vorticosa creatività con la quale Fresu inaugura continuamente nuovi progetti, il Devil Quartet è rimasto un punto fermo, in maniera da costituire quasi un contraltare all’altra storica formazione del trombettista, il quintetto.
L’attività del Devil Quartet ha avuto momenti salienti in coincidenza con le pubblicazioni dei dischi Stanley Music (2007) e Desertico (2013), che hanno messo in luce la forza espressiva di un gruppo che si muove senza farsi ingabbiare in un genere musicale univoco: tra jazz, rock e meticciato sonoro, il Devil Quartet alterna sottile poesia e grintosi impasti sonori. FOTO

Venerdì 2 marzo
Ferrara, Jazz Club Torrione San Giovanni, ore 21:30
CHRIS SPEED TRIO
Chris Speed – sax tenore, clarinetto;
Chris Tordini – contrabbasso; David King – batteria

Nato (nel 1967) e cresciuto a Seattle, Chris Speed si trasferì a Boston alla fine degli anni Ottanta per studiare al New England Conservatory. Da lì, nel 1992, sbarcò a New York, dove si trovò presto al centro di una scena musicale che allora era pionieristica ma che presto sarebbe passata alla storia come l’evoluzione postmoderna del jazz. Notevole è la sua partecipazione ai gruppi di Tim Berne (i leggendari Bloodcount), Dave Douglas, John Zorn, Erik Friedlander, Myra Melford.
Oltre a lanciarsi nella carriera solistica, Speed ha preso parte a numerose formazioni paritetiche di grande spessore: Pachora (con, tra gli altri, Jim Black), Human Feel (con Black e Kurt Rosenwinkel), The Clarinets (con Oscar Noriega), yeah NO (con Black e Cuong Vu), Trio Iffy (con Ben Perowsky e Jamie Saft), Endangered Blood (con Black, Noriega e Trevor Dunn). Se a queste band aggiungiamo la sua presenza nel Claudia Quintet di John Hollenbeck, negli Alasnoaxis di Jim Black e in alcune recenti formazioni di Uri Caine, Speed emerge definitivamente come una delle voci più rappresentative della scena avant newyorkese.
La sua più recente creatura musicale è il trio che lo vede in compagnia di Chris Tordini e David King: con un set di composizioni prevalentemente originali, Speed mette la sua esperienza modernista a diretto confronto con le radici del jazz. FOTO

Sabato 3 marzo
Piacenza, Conservatorio “G. Nicolini”, ore 21:15
 “Piacenza Jazz Fest”
DAVE DOUGLAS & URI CAINE
“Present Joys”
Dave Douglas – tromba; Uri Caine – pianoforte

Dave Douglas e Uri Caine sono, sui rispettivi strumenti, la quintessenza del modernismo che nel corso degli anni Novanta dilagò dalla scena newyorkese investendo l’intero mondo jazzistico. E con il disco Present Joys (2014) colsero come sempre di sorpresa gli ascoltatori, interpolando tra i brani di Douglas alcuni inni ottocenteschi: tecnicamente semplicissimi, quindi completamente sorretti dalla profonda sensibilità degli interpreti.
Dave Douglas (originario del New Jersey, classe 1963) ci ha da tempo abituati a continue sorprese, tra jazz dentro e fuori dai canoni classici, klezmer, elettronica. Emerso nel corso degli anni Novanta, si è presto imposto come trombettista simbolo di quella zona jazzistica nella quale mainstream e avanguardia sfumano l’uno nell’altra. Parallelamente alla propria attività solistica, che ha dato vita a numerosi gruppi di successo, Douglas ha collaborato con i creativi newyorkesi più influenti degli ultimi decenni: John Zorn, Don Byron, Uri Caine, Bill Frisell, assieme ai quali ha plasmato un nuovo corso per la musica improvvisata. La consacrazione internazionale di Douglas è avvenuta grazie a una serie di dischi realizzati per la RCA, ma va ricordato che il suo esordio discografico fu per un’etichetta italiana, la Soul Note, nel 1993. Oggi, dall’alto della sua posizione di trombettista pluripremiato, Douglas gestisce una propria label, la Greenleaf Music, con la quale produce anche altri musicisti, continuando così a individuare le nuove tendenze della musica creativa.
Uri Caine (Filadelfia, 1956) è uno dei jazzisti più enciclopedici che sia dato ascoltare: la vastità dei suoi interessi si riflette nelle numerose traiettorie verso cui ha indirizzato la propria scrittura musicale, le formazioni da lui stesso guidate, le collaborazioni con altri musicisti (dei più diversi: Don Byron, Dave Douglas, John Zorn, Terry Gibbs, Clark Terry, Paolo Fresu…).
Pianista sopraffino quando si tratta di suonare jazz senza fronzoli, Uri Caine ha però raggiunto la più ampia popolarità soprattutto per la sua fervida immaginazione come compositore e creatore di gruppi e progetti musicali. In essi Caine riversa la sua poliedrica ispirazione, la versatilità di un musicista aperto a tutti gli stimoli, pronto a cimentarsi con i ritmi più moderni come con la tradizione ebraica, oppure a rimettere mano sulla storia della musica europea, riscrivendone e rivoluzionandone le pagine più rappresentative: Mahler, Bach, Schumann, Beethoven, Verdi...
Alla fama di Caine ha particolarmente contribuito la sua posizione preminente all’interno della costellazione della musica creativa statunitense. Ma ciò non esclude che Caine si faccia ascoltare anche in veste di interprete mainstream, nel quale ruolo dimostra appieno la sua notevole abilità pianistica. In qualunque casella estetica lo si voglia infilare, fatto sta che dagli anni Novanta in qua Caine è tra i musicisti che hanno maggiormente ridefinito il vocabolario jazzistico, portandolo a confronto con il polistilismo tipico delle avventure estetiche postmoderne. FOTO

Giovedì 8 marzo
Massa Lombarda (RA), Sala del Carmine, ore 21:00
SARAH MCKENZIE
“Paris in the Rain”
Sarah McKenzie – pianoforte, voce; Jo Caleb – chitarra;
Geoff Gascoyne – contrabbasso; Sebastiaan de Krom – batteria

Nata nel 1987 a Bendigo, dalle parti di Melbourne in Australia, Sarah McKenzie ha seguito un percorso formativo scrupoloso che le ha dato notevoli basi tecniche, come pianista e cantante. E mentre era ancora nel pieno della sua formazione, ottenne alcuni spazi che la portarono a stretto contatto col jet set musicale: come corista nel tour “Call Me Irresponsible” di Michael Bublé e poi come attrazione d’apertura per un tour di Chris Botti. Nel calendario della McKenzie, il 2012 è l’anno della svolta: il suo album Close Your Eyes ottiene una notorietà ben oltre i confini australiani, permettendole di esibirsi dal vivo con Enrico Rava e John Patitucci e poi di trasferirsi a Boston con una borsa di studio per il Berklee College of Music.
Negli Stati Uniti realizza il disco We Could Be Lovers (2014), prodotto dalla Impulse! pensando ancora al mercato australiano. L’album ottiene un tale successo da venire ridistribuito su scala internazionale l’anno seguente. Dopo la parentesi americana, la McKenzie è approdata a Parigi, dove è nato il suo nuovo album, il secondo per la Impulse!: Paris in the Rain (2017), con un programma di classici jazz e brani originali contraddistinti da una musicalità swingante e un tocco di glamour che pongono Sarah McKenzie nel solco di Diana Krall o di Eliane Elias. Gli arrangiamenti sofisticati e la tavolozza espressiva ricca di sfumature fanno risaltare sia la familiarità della McKenzie con la tradizione jazzistica che la capacità di metterla in sintonia con una sensibilità moderna. FOTO

Venerdì 9 marzo
Fusignano (RA), Auditorium Corelli, ore 21:00
LICAONES
feat. Bearzatti, Ottolini, Marchioni, Mappa
“The Return”
Francesco Bearzatti – sax tenore; Mauro Ottolini – trombone;
Oscar Marchioni – organo Hammond; Paolo Mappa – batteria
Mauro Ottolini artist in residence

Le prime gesta dei Licaones sono state immortalate su Lounge Party (2005) e Licalecca (2006): annate significative nelle carriere di Francesco Bearzatti e Mauro Ottolini, principali ideatori della musica del quartetto. Per entrambi era il momento di un rapido passaggio dalle prime esperienze alla piena maturità artistica. Da allora si sono tutti e due imposti come solisti di punta del jazz italiano, conquistando anche le scene internazionali.
“The Return” segna appunto il piacere di riprendere in mano un progetto dal notevole potenziale musicale: brani scanditi con verve e ironia all’interno di una cornice acid jazz dentro la quale vorticano elementi blues, funky, latin. La musica dei Licaones è immediata ma mai scontata, forte del trascinante tocco ballabile conferito dalla batteria di Paolo Mappa e del groove irrefrenabile di Oscar Marchioni, un tastierista la cui esuberante inventiva non è stata ancora ben recepita in Italia (tant’è che ormai da anni è di base in Francia).
L’improvvisazione jazzistica scorre poi col massimo estro: le trascinanti volate di Bearzatti e Ottolini hanno un effetto galvanizzante, col loro sound verace e una pronuncia in cui convivono divertissement e pura eccitazione cinetica. FOTO

Sabato 10 marzo
Ferrara, Jazz Club Torrione San Giovanni, ore 21:30
LUNAR TRIO meets DAVID MURRAY
Greg Burk – pianoforte; David Murray – sax tenore;
Marc Abrams – contrabbasso; Enzo Carpentieri – batteria

Greg Burk, Marc Abrams ed Enzo Carpentieri sono stati al fianco del sassofonista afrodanese John Tchicai: era il 2008 e la band era il Lunar Quartet. Dopo la scomparsa di Tchicai, un’eco di quella esperienza continua ora a risuonare nel Lunar Trio. E per ribadire il carattere visionario della musica, il suo furore, l’imprevedibilità architettonica, Greg Burk e compagni hanno convocato un altro sassofonista di culto: David Murray.
Classe 1955, nato e cresciuto in California, David Murray nel 1975 si trasferisce a New York, dove nel giro di pochi anni diventa uno dei personaggi simbolo del jazz più creativo. Iniziando da Cecil Taylor e Dewey Redman e continuando con Anthony Braxton, Don Cherry e Lester Bowie, Max Roach ed Elvin Jones, Murray accumula un impressionante numero di collaborazioni. Nel 1976 crea il World Saxophone Quartet, un gruppo per il quale l’aggettivo mitico è quasi riduttivo e che segna l’inizio dell’inarrestabile ascesa di Murray come leader. Nella sua musica si incrociano le vampate di Albert Ayler e gli ideali coltraniani, mentre l’estetica free entra in contatto con le musiche africane e, più di recente, con altri fermenti etnici.
Greg Burk, originario di Detroit, ha studiato con George Russell, Danilo Pérez e Paul Bley. Dopo aver insegnato al Berklee College of Music di Boston e alla New York University, si è stabilito in Italia, continuando anche qui l’attività didattica (New York University di Firenze) oltre a quella concertistica. Fautore di un modernismo senza eccessi radicali, Burk ha collaborato con personalità del livello di Kenny Wheeler, Benny Golson, Sam Rivers, Jerry Bergonzi, James Carter, Frank Lacy, Dave Liebman, Curtis Fuller, Steve Swallow, Roberto Gatto. FOTO

Giovedì 15 marzo
Rimini, Teatro degli Atti, ore 21:15
MICHEL PORTAL QUARTET
Michel Portal – sax, clarinetti; Louis Sclavis – sax, clarinetti;
Bruno Chevillon – contrabbasso; Daniel Humair – batteria

Clarinettista, sassofonista, compositore per il cinema, improvvisatore appassionato, geniale e inafferrabile, il francese Michel Portal (classe 1935) è uno dei pochi strumentisti in grado di arrivare a vertici assoluti sia nel jazz che nella musica classica, dove ha suonato con i più grandi direttori e le maggiori orchestre europee. Nel suo curriculum si incontrano così esecuzioni di pagine di Mozart, Brahms, Schumann, Berg e collaborazioni con compositori contemporanei quali Boulez, Berio, Stockhausen, Kagel, affiancate ad altre esperienze ‘di confine’ e a quelle riconducibili più direttamente all’alveo del jazz (con John Surman, Steve Lacy, Han Bennink, Dave Liebman, Martial Solal, Richard Galliano…).
Il polistrumentista transalpino ha sempre posto l’accento sulla creatività estemporanea, la scintilla che può scoccare all’improvviso nel corso di un concerto, ed è per questo che solitamente si esibisce con collaboratori fidati, come lo sono i musicisti che compongono il suo attuale trio: il raffinato contrabbassista Bruno Chevillon e Daniel Humair, batterista simbolo del jazz d’oltralpe. In occasione della loro esibizione a Crossroads, al gruppo si aggiungerà anche Louis Sclavis, per il quale Portal ha rappresentato un’importante fonte di ispirazione. Ci troveremo così davanti a una all stars della musica improvvisata francese, con una front line formata da due solisti d’eccezione, entrambi celebri per la maestosa eleganza e la versatilità tra clarinetto e vari tipi di sax. FOTO

Sabato 17 marzo
Dozza (BO)
Enoteca Regionale dell’emilia-Romagna, ore 18:00
“The Jazz Identity”
Presentazione del libro
“Reggio Emilia Jazz 1925-1991. Dalla provincia al mondo”
di Giordano Gasparini (Aliberti compagnia editoriale, 2016)
Parteciperanno: Giordano Gasparini, Filippo Bianchi
Teatro Comunale, ore 21:00
“The Jazz Identity”
Carta Bianca a Silvia Bolognesi
Ju Ju Work in Progress
SILVIA BOLOGNESI JU JU SOUNDS QUARTET
+ special guest GRIFFIN RODRIGUEZ
Achille Succi – sax alto, clarinetto basso; Paolo Botti – banjo, viola;
Silvia Bolognesi – contrabbasso; Andrea Melani – batteria;
special guest Griffin Rodriguez – voce

Domenica 18 marzo
Dozza (BO), Teatro Comunale, ore 21:00
“The Jazz Identity”
Carta Bianca a Silvia Bolognesi
Ju Ju Work in Progress
SILVIA BOLOGNESI JU JU SOUNDS
meet IMPROPLAYERS
Achille Succi – sax alto, clarinetto basso; Paolo Botti – banjo, viola;
Silvia Bolognesi – contrabbasso; Andrea Melani – batteria; Griffin Rodriguez – voce
IMPROPLAYERS:
Maurizio Lesmi – sax soprano; Giuseppe Bellini – flauto traverso;
Fabio Landi – tastiere, elettronica; Michele Griesi – fisarmonica;
Nicola Nanni – chitarre, effetti; Iacopo Mandelli – chitarra, effetti;
Alessandro Palombella – chitarra, effetti; Adriano Rugiadi – basso fretless;
Daniel Remondini - basso el.; Christian Alpi – batteria
produzione originale

Il quartetto Ju Ju Sounds è un recente approdo nella carriera di Silvia Bolognesi, contrabbassista votata sin dai primi passi alla ricerca di forme stilistiche e sonorità che catapultano la musica afroamericana nei territori della più bruciante contemporaneità. Il gruppo ha già all’attivo un disco (Protection Sounds), sul quale figura anche la voce dello special guest Griffin Rodriguez, che sarà presente anche in occasione dei due live a Dozza. La musica della band è stimolante ed enigmatica, densa di tensione e di registri estremi, pulsante di una forza tribale. C’è qualcosa di stregonesco sin dal nome, quel Ju Ju che rimanda a riti africani. E infatti il quartetto manifesta una forza di espressione collettiva capace di assemblare l’arcaico e il rurale col modernismo urbano.
Silvia Bolognesi, nata a Siena, si è diplomata in contrabbasso, avvicinandosi al jazz grazie alla frequentazione dei corsi di Siena Jazz. Qui studia tra gli altri con Ferruccio Spinetti, Furio Di Castri, Stefano Battaglia, Paolino Dalla Porta e Fabrizio Sferra. Ora è lei stessa a essere docente presso l’istituzione senese. Nel 2004 fonda l’Open Combo, formazione che le consente di raggiungere la fama nazionale. Tra i suoi exploit, la vittoria del Top Jazz della rivista Musica Jazz come nuovo talento del jazz italiano 2010. Nel 2003 e poi ancora nel 2010 è stata selezionata per far parte dell’orchestra di Butch Morris. Ha inoltre collaborato con Nicole Mitchell, ha dato vita a un duo con Sabir Mateen e al trio Hear In Now con Tomeka Reid e Mazz Swift. Nel 2017 è entrata nell’organico del sestetto di Roscoe Mitchell, mentre collabora stabilmente anche con Tiziana Ghiglioni e i New Nexus di Tiziano Tononi.
Griffin Rodriguez, produttore e bassista (ma in questa occasione si proporrà come vocalist), ha collaborato in varie occasioni con Silvia Bolognesi, sin dal 2014. Con lei ha anche dato vita a un duo dalla peculiare strumentazione: entrambi si cimentano col basso elettrico e il canto.
Gli Improplayers sono una sorta di laboratorio musicale finalizzato alla libera improvvisazione collettiva. Gli stili e i linguaggi musicali esistenti non rientrano negli interessi degli Improplayers: il loro atteggiamento è piuttosto quello di azzerare il contagiri della storia della musica per ripartire daccapo. Un nuovo punto di partenza dal quale rifondare l’espressività sonora, affidandosi alle idee estemporanee, alla musica come gestualità fisica prima ancora che come operazione intellettuale. Nelle esecuzioni, l’organico degli improvvisatori può andare dalla combinazione minima di un duo o trio sino alla discesa in campo dell’intero collettivo. A Dozza, saranno ben undici gli Improplayers che interagiranno con i Ju Ju di Silvia Bolognesi.
Il pomeriggio del 17 marzo, in attesa del concerto serale, Giordano Gasparini, dirigente pubblico in ambito culturale nonché saggista, presenterà il suo libro Reggio Emilia Jazz 1925-1991. Dalla provincia al mondo (Aliberti compagnia editoriale, 2016). Al suo fianco, per creare una brillante conversazione, ci sarà una presenza di spicco del mondo del giornalismo e della cultura jazz: Filippo Bianchi. FOTO

Martedì 20 marzo
Piacenza, Milestone, ore 21:15
 “Piacenza Jazz Fest”
LEE KONITZ QUARTET
Lee Konitz – sax alto;
Florian Weber – pianoforte; Jeremy Stratton – contrabbasso;
George Schuller – batteria

Lee Konitz è nato a Chicago il 13 ottobre 1927: quando salirà sul palco del Milestone avrà 90 anni, dei quali ben 72 vissuti da musicista professionista. Resistere ai mutamenti estetici della musica per un tale arco di tempo è concesso solo a pochi grandi.
Inizialmente ispirato dalle big band dell’era swing, Konitz ottiene i primi ingaggi professionali nel 1945: prima con Teddy Powell, poi con Jerry Wald (col quale inizia a suonare il sax alto, oltre al tenore che fu il suo primo strumento). Il 1946 segna una svolta importante: entra nel circolo di Lennie Tristano, col quale suona dal vivo e dal quale apprende un nuovo modo di trattare l’improvvisazione, con lunghe sortite solistiche attorno al materiale melodico, dalla peculiare accentazione e scansione ritmica. Konitz diede così l’impronta a uno stile sul quale si sarebbero poi formate le voci sassofonistiche di Paul Desmond e Art Pepper.
La grande storia musicale era già dietro l’angolo per l’appena ventenne Konitz: nel 1947 inizia a collaborare con Claude Thornhill (in compagnia di Gil Evans e Gerry Mulligan) e nel 1948 entra a far parte di una formazione di Miles Davis che fatica a imporsi sulla piattaforma concertistica. Però va in studio di registrazione e ci lascia uno dei più importanti documenti sonori della storia del jazz: l’epocale Birth of the Cool. Konitz nei primi anni Cinquanta incide ancora con Davis e lavora con Stan Kenton. Ma intanto ha preso il via la sua attività da leader, che decolla rapidamente: dalle prime incisioni per la Prestige (1949) a una fitta serie di titoli negli anni Cinquanta, in particolare per la Verve.
Da allora Konitz è rimasto fedele alla sua inconfondibile e pungente pronuncia al contralto, continuando a incidere senza sosta, dimostrando un’inesauribile curiosità stilistica. Nelle sue innumerevoli collaborazioni ha posto egualmente l’accento sugli incontri al vertice con grandi nomi (Dave Brubeck, Ornette Coleman, Charles Mingus e, in tempi più recenti, Brad Mehldau) come sull’importanza di sostenere le giovani generazioni. FOTO

Mercoledì 21 marzo
Parma, WoPa Temporary, ore 21:30
“Trumpet Legacy”
Il sapore del suono, la musica del gusto
WALLACE RONEY QUINTET
Wallace Roney – tromba; Emilio Modeste – sax tenore;
Oscar Williams – pianoforte; Curtis Lundy – contrabbasso; Eric Allen – batteria
degustazione a cura di Chef to Chef dalle ore 18:30
Chef: Giovanni Cuocci (La Lanterna di Diogene) - Vigneron: Gianmaria Cunial (Vigna Cunial)
Parma Città Creativa UNESCO della Gastronomia

Nato a Philadelphia nel 1960, Wallace Roney ha dimostrato un talento precoce per la tromba, seguendo poi contemporaneamente studi musicali classici e jazzistici (alla Duke Ellington School of the Arts e al Berklee College of Music). Effettua la sua prima incisione a soli quindici anni, a sedici viene accolto nella band di Cedar Walton (con Billy Higgins) e sempre in quel periodo conosce Woody Shaw, Johnny Coles e Freddie Hubbard.
Nel 1979 arriva la sua prima affermazione nel referendum di DownBeat, che tornerà a vincere più volte in seguito, mentre nel 1983 Miles Davis, dopo averlo sentito suonare, gli regala una delle sue trombe. A lanciare definitivamente la sua carriera sono state le convocazioni giuntegli, a metà degli anni Ottanta, da parte di Tony Williams e Art Blakey. Bastarono queste per renderlo uno dei trombettisti più in voga.
Pur avendo studiato con Dizzy Gillespie e annoverando Clark Terry come suo mentore, il principale polo d’attrazione per Roney è sempre stato Miles Davis. Il legame col divino Miles si rinsaldò nel 1991, quando suonò nella sua band a Montreux. Ma quello fu anche l’anno della scomparsa di Davis, alla quale fece seguito un tour in sua memoria con Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter, Tony Williams e Roney a fare le veci del grande assente.
Nel fraseggio come nella timbrica, Roney non ha mai celato la sua predilezione davisiana: lo si può ascoltare in centinaia di incisioni, numerose delle quali come leader per etichette che vanno dalla Muse alla Warner e la HighNote. Il suo stile si è comunque via via affrancato dal retaggio di Davis, trovando modo di esprimersi con notevole carattere nelle collaborazioni con Kenny Barron, Ravi Coltrane, Geri Allen, Cindy Blackman e Chick Corea, oltre che nelle sue formazioni, che spingono lo swing e il linguaggio jazzistico classico alle loro estreme conseguenze. FOTO

Giovedì 22 marzo
Solarolo (RA), Oratorio dell’Annunziata, ore 21:00
TINGVALL TRIO
“Cirklar”
Martin Tingvall – pianoforte;
Omar Rodriguez Calvo – contrabbasso; Jürgen Spiegel – batteria

Cosa succede quando l’arte della ballad incontra le cullanti melodie scandinave? Chiedetelo al Tingvall Trio: con loro, il senso della cantabilità melodica non è più un tabù e la musica improvvisata torna a fluire al seguito di temi ispirati e perfettamente delineati. Poi c’è tutto l’armamentario emozionale del jazz scandinavo, dalle sonorità terse alle pause che affondano come scandagli nel tessuto musicale. Ma a questo punto, il trio del pianista svedese Martin Tingvall tira fuori la sua originalità, che lo distingue nel panorama del jazz nordeuropeo e che scaturisce dall’apporto del bassista Omar Rodriguez Calvo e del batterista Jürgen Spiegel. Cubano il primo, tedesco il secondo: le influenze sonore del trio si allargano così ben oltre la ‘regola’ del jazz nordico, si appropriano di colori più intensi, abbracciano architetture provenienti dal pianismo classico e ritmi che passano dallo swing al rock.
Il Tingvall Trio è di base ad Amburgo e ha saputo consolidarsi come una vera unità stabile dal 2003: un antidoto creativo contro la musica pop alla quale per alcuni anni questi musicisti si erano dedicati. FOTO

Venerdì 23 marzo
Fusignano (RA), Auditorium Corelli, ore 21:00
EMMANUELLE SIGAL QUINTET
“Table Rase”
Emmanuelle Sigal – voce, chitarra;
Enrico Farnedi – tromba, trombone; Marco Bovi – chitarra el.;
Francesco Giampaoli – basso el.; Diego Sapignoli – batteria, percussioni

Francese, ma non del tutto: Emmanuelle Sigal è infatti nata a Tel Aviv e, oltre che nella città natale, ha vissuto anche a Berlino, Bolzano, Venezia, Bologna, oltre naturalmente a Parigi.
In Italia è venuta in contatto con Francesco Giampaoli (dei Sacri Cuori), che ha prodotto il suo disco di esordio: Songs from the Underground (2015). Ha così preso forma il personale cantautorato della Sigal, ricco di elementi swing e manouche, oltre a una dose di pop-rock dal tocco leggiadro.
Il rapporto della Sigal con gli stili musicali è comunque identico alla sua residenza geografica: decisamente mutevole, libero, in continuo spostamento tra mille possibilità. E anche quello con le lingue non è certo univoco: canta in inglese e francese, talvolta ci prova anche con l’italiano. Il gioco con le lingue le serve anche per cimentarsi con le canzoni di altri autori, che traduce personalmente (tra i suoi riferimenti: Paolo Conte).
Nel 2017 è poi arrivato un nuovo disco, Table Rase, ancora prodotto da Giampaoli, che ha portato con sé anche i suoi musicisti di fiducia (gli stessi che ascolteremo a Fusignano) oltre a un ospite del livello di Marc Ribot. E la tavolozza espressiva della Sigal continua ad ampliarsi: canzone francese e country, ritmi caraibici e messicani, con una inflessione tra il jazz e il pop d’alta gamma. FOTO

Sabato 24 marzo
Massa Lombarda (RA), Sala del Carmine, ore 21:00
DADO MORONI & MAX IONATA
“Two for You”
Omaggio a Stevie Wonder e Duke Ellington
Dado Moroni – pianoforte, contrabbasso;
Max Ionata – sax tenore, sax soprano

Nella discografia del duo che da alcuni anni lega Dado Moroni e Max Ionata, Two for Stevie (2015) è arrivato dopo Two for Duke (2012): dal repertorio di Ellington a quello di Stevie Wonder il passo non è breve. Eppure, anche se il contesto storico e la matrice stilistica sono radicalmente diversi, non è difficile trovare un tratto in comune tra questi due grandi compositori, nonché performers, afroamericani: sono entrambi oggetto di continua e frequente rivisitazione da parte dei jazzisti. Moroni e Ionata, dopo essersi dedicati a questi due progetti separatamente, li riuniscono ora in un solo set, sorta di best of in cui magnificano la filigrana jazzistica delle canzoni di Stevie Wonder e rivelano la pregnante cantabilità della musica del Duca, anche quando viene trasportata dalla dimensione orchestrale a quella cameristica.
Vero enfant prodige (ottiene i primi ingaggi professionali all’età di quattordici anni), Dado Moroni (nato a Genova nel 1962) ha saputo trasformare tale precocità in una magistrale maturità pianistica, sino a diventare uno dei jazzisti italiani più esportati all’estero, a giudicare dalla consistenza e regolarità dei suoi ingaggi internazionali. A mettere assieme le sue collaborazioni si compone un’enciclopedia del jazz moderno: Dizzy Gillespie, Chet Baker, Roy Hargrove, Wynton Marsalis, Clark Terry, Freddie Hubbard, Tom Harrell, Johnny Griffin, James Moody, Zoot Sims, Joe Henderson, Slide Hampton, Lionel Hampton, Kenny Barron, Ron Carter, Ray Brown, Kenny Clarke, Billy Higgins, Ben Riley…
Max Ionata (1972), sassofonista che si pone come riferimento sulla scena italiana, è un tenorista dalla voce ‘grossa’, potente e fluida, saldamente incorniciata nella tradizione afroamericana (Rollins, Coltrane) ma ben ambientata nella contemporaneità jazzistica. Ha dato superbe prove di sé in contesti assai diversi come il duo con pianoforte (oltre che con Dado Moroni anche con Luca Mannutza) e il trio pianoless (con Reuben Rogers e Clarence Penn). In tempi recenti è stato molto attivo con un trio con organo, spesso aumentato dalla presenza come special guest di Gegè Telesforo, mentre il suo curriculum comprende anche collaborazioni con Lenny White, Billy Hart, Alvin Queen, Joe Locke, Mike Stern, Roberto Gatto, Stefano Di Battista, Flavio Boltro, Fabrizio Bosso, Enrico Pieranunzi, Mario Biondi, Ornella Vanoni, Sergio Cammariere, Renzo Arbore… FOTO

Lunedì 26 marzo
Rimini, Teatro Novelli, ore 21:15
PAOLO FRESU & DANILO REA
Paolo Fresu – tromba; Danilo Rea – pianoforte
Paolo Fresu & Danilo Rea artists in residence

Danilo Rea è la new entry nel cast degli artisti residenti di Crossroads. Sempre attento a proporne i più importanti progetti nel corso degli anni, il festival lo invita ora a una ‘maratona’ di duetti. I primi due lo vedranno affiancato a Paolo Fresu ed Enrico Rava: un incrocio tra artists in residence, oltre che tra alcuni dei più amati jazzisti nazionali, che sembra quasi inevitabile ma che non è affatto scontato. Come è ben chiaro proprio da questo primo concerto: pur non essendo una novità assoluta, gli incontri vis-à-vis tra Fresu e Rea sono decisamente rari nel panorama concertistico. Fu proprio Crossroads, nel 2004, a metterli insieme per la prima volta.
Un binomio che comunque, quando è andato in scena in precedenza, ha portato alla luce il meglio dei due artisti: la predilezione per la canzone italiana, ampiamente rimaneggiata, di Rea, col suo pianismo in cui la fantasiosa pronuncia ritmica infiamma l’inarrestabile flusso melodico; il mood introspettivo e sognante di Fresu, che emerge in maniera più limpida proprio nei piccoli settings strumentali. FOTO

Giovedì 29 marzo
Modena, La Tenda, ore 21:30
CAMILLE​ BERTAULT TRIO
Camille​ Bertault – voce;
Fady Farah – pianoforte; Christophe Minck – contrabbasso

Per arrivare ai vertici delle classifiche di visualizzazioni su internet, le capacità artistiche non sono certo una necessità. Ma a volte, inaspettatamente, YouTube e Facebook premiano i talenti.
Così è stato per la parigina e appena trentenne Camille​ Bertault: nel 2015, respinta a un esame del Conservatorio di Parigi, si sfoga nel privato di casa sua. Trascrive il celeberrimo assolo di John Coltrane in Giant Steps, scrive nuovi versi in francese per il resto del brano e, coraggiosamente, si autoimmortala in un video mentre fa vocalizzi funambolici con l’incisione originale di Coltrane in sottofondo. Tutto ciò senza la minima velleità: solo per inviare il video agli amici tramite Facebook. Tempo una settimana e gli amici che hanno visualizzato il videoclip sono centinaia di migliaia, in giro per il mondo. Il gioco continua con nuove creazioni ‘fatte in casa’, facendo lievitare ulteriormente il numero dei fan online: Camille a questo punto ha aperto un suo canale YouTube per riversare questo spontaneo estro canoro.
Nel 2016 è arrivato il primo disco ufficiale, En Vie (Sunnyside): quella che poteva essere una bizzarra eroina telematica si è dimostrata una vocalist di inaudito talento. Timing impeccabile, swing che scorre con spontaneità, freschezza interpretativa, emissione rigogliosa: sembrava un gioco e invece eccoci qua con una giovanissima interprete che in un sol colpo apre abissi tra sé e il resto del sempre nutrito squadrone delle cantanti jazz emergenti. FOTO

Venerdì 30 marzo
Fusignano (RA), Auditorium Corelli, ore 21:00
Quincy Jones presenta
ALFREDO RODRIGUEZ
Alfredo Rodriguez – pianoforte;
Munir Hossn – chitarra, basso el.; Arnaud Dolmen – batteria

A fargli da mentore c’è addirittura Quincy Jones. E chi lo ha ascoltato non lesina complimenti: trascinante, carismatico, funambolico.
Ma partiamo dall’inizio. Nato a Cuba nel 1985, figlio d’arte (il padre era un cantante e conduttore televisivo), Alfredo Rodriguez ha ricevuto un’educazione pianistica classica. Ma allo stesso tempo, sin dall’adolescenza, ha fatto pratica di musica popolare, esibendosi con l’orchestra del padre. Nel 2006 il festival di Montreux porta il suo talento all’attenzione internazionale: anche di Quincy Jones, che in quell’occasione lo potè ascoltare in un’audizione privata. Nel 2009 dal Messico, dove si stava esibendo con suo padre, attraversa la frontiera con gli USA in maniera poco ortodossa, chiedendo asilo politico. Vive quindi di ingaggi di fortuna, pian piano centrando la sua strada anche grazie a Quincy Jones, che decide di mettersi al lavoro con lui, coinvolgendolo nella realizzazione della versione inglese della canzone ufficiale del Shanghai World Expo.
E sempre sotto l’egida del suo celeberrimo mentore, il pianista inizia la sua carriera discografica da leader, tutta su etichetta Mack Avenue: Sounds of Space (2012), The Invasion Parade (2014), Tocororo (2016), sino al più recente The Little Dream (2018). Nel frattempo, Rodriguez ha suonato con Wayne Shorter, Herbie Hancock, Patti Austin, McCoy Tyner… Soprattutto ha messo in chiaro il suo portentoso stile pianistico: un’intensa fusione di spirito e tecnica sia cubana che jazz. FOTO

Sabato 31 marzo
Ferrara, Jazz Club Torrione San Giovanni, ore 21:30
LINDA MAY HAN OH
Greg Ward – sax alto; Matthew Stevens – chitarra;
Linda May Han Oh – contrabbasso, basso el.; Arthur Hnatek – batteria

Nata in Malesia da genitori cinesi, Linda May Han Oh è cresciuta in Australia. Per chiudere il cerchio geografico, da una decina d’anni è di base negli States, dove si è inserita nella scena jazz che conta.
Ma ripartiamo dall’Australia. Linda arriva al basso elettrico in piena adolescenza, dopo avere appreso il pianoforte e il fagotto. Il jazz fa già parte della sua dieta musicale, a fianco del rock.
Prima ancora che il grande pubblico si accorgesse della sua sensazionale musicalità, l’ambiente jazzistico l’aveva già ben valutata: nel 2008 ha ricevuto il premio della ASCAP per giovani compositori jazz, nel 2009 una menzione d’onore alla Thelonious Monk Bass Competition, nel 2010 il Bell Award come giovane artista australiana dell’anno ma anche il primo posto come stella nascente del contrabbasso nel referendum dei critici di DownBeat. Nel frattempo aveva completato il suo percorso formativo, alla Manhattan School of Music, ed era pronta per ‘andare al lavoro’. Nel 2009, con Entry, debutta come leader su disco (in compagnia di Obed Calvaire e Ambrose Akinmusire: giovani promesse tutte pronte a esplodere sulla scena internazionale). Da allora, oltre a portare avanti le sue formazioni, è diventata una delle prime scelte nella comunità jazzistica newyorkese: l’hanno voluta nei propri gruppi Joe Lovano, Steve Wilson, Vijay Iyer, Dave Douglas, Kenny Barron, Geri Allen, Terri Lyne Carrington. E da un paio d’anni è la bassista del quartetto di Pat Metheny. FOTO

Martedì 3 aprile
Cento (FE), Centro Pandurera, ore 21
ENRICO RAVA & DANILO REA
Enrico Rava – tromba; Danilo Rea – pianoforte
Enrico Rava & Danilo Rea artists in residence

Enrico Rava e Danilo Rea sono due dei jazzisti italiani più noti a livello mondiale, eppure, nonostante la loro intensa attività concertistica, ascoltarli assieme nell’icastica formula del duo non è cosa comune. La situazione promette di far scoccare momenti di intenso lirismo, vista la propensione di entrambi all’aforisma sonoro poetico. Ma per quanto la formula del duo sia per sua natura introspettiva per la capacità di mettere a nudo ogni linea strumentale, non dubitiamo che tra i due musicisti esploda anche qualche fuoco d’artificio: oltre a cesellare temi trasognati, Rava e Rea sanno infatti come far scattare la frase ascendente, il fraseggio improvvisamente veloce, tenendo il pubblico inchiodato a una narrazione musicale continuamente avvincente. Standard jazz e classici della musica popolare risplenderanno di nuova luce.
Rava e Rea si sono frequentati sui palchi e in studio, oltre che in duo, anche all’interno di uno dei gruppi più amati del jazz italiano del nuovo millennio: “Un incontro di jazz”, la superband che li vedeva al ‘servizio’ di Gino Paoli. Ma li ricordiamo assieme anche in una delle ultime touring band di Gato Barbieri. FOTO

Mercoledì 4 aprile
Parma, WoPa Temporary, ore 21:30
“Trumpet Legacy”
Il sapore del suono, la musica del gusto
GIOVANNI FALZONE QUINTET
“Pianeti affini”
Giovanni Falzone – tromba;
Filippo Vignato – trombone; Fausto Beccalossi – fisarmonica;
Giulio Corini – contrabbasso; Alessandro Rossi – batteria

degustazione a cura di Chef to Chef dalle ore 18:30
Chef: Fabrizio Mantovani - Vigneron: Gianmaria Cunial
Parma Città Creativa UNESCO della Gastronomia
Menu degustazione e vini in abbinamento

Trombettista estroso e dal talento solistico appariscente, Giovanni Falzone oltre a essere uno dei protagonisti del jazz italiano ed europeo vanta una lunga esperienza anche nel mondo della musica classica. Si avvicina alla tromba all’età di diciassette anni presso la scuola di musica della banda di Aragona, la sua città natale, per poi diplomarsi al Conservatorio “Vincenzo Bellini” di Palermo e anche al corso di jazz del Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano.
Dal 1996 al 2004 collabora stabilmente con l’Orchestra Sinfonica di Milano, suonando sotto la direzione di Giuseppe Sinopoli, Claudio Abbado, Carlo Maria Giulini, Riccardo Chailly, Luciano Berio, Vladimir Jurowskij, Valerij Gergiev…
Nel 2004 lascia l’orchestra milanese per dedicarsi esclusivamente al jazz e alla composizione. Già quello stesso anno si aggiudica il Django d’Or e il Top Jazz 2004 del mensile Musica Jazz come miglior nuovo talento del jazz italiano. Vince due altri Top Jazz nel 2011, questa volta come miglior strumentista (nella categoria ottoni) e per il miglior disco dell’anno (Around Ornette).
Dopo una serie di dischi che hanno lasciato una traccia profonda nel jazz nazionale (oltre al già citato Around Ornette ricordiamo anche Around Jimi del 2010), nel 2017 Falzone ha pubblicato su etichetta Cam Jazz Pianeti affini, che raggruppa e sviluppa una serie di composizioni in forma di suite attorno a un tema che da sempre affascina il trombettista siciliano: l’equilibrio perfetto tra i pianeti nell’immensità dell’universo.
FOTO

Giovedì 5 aprile
Modena, La Tenda, ore 21:30
LUCY WOODWARD
Lucy Woodward – voce;
Alexander van Popta – pianoforte, organo Hammond, Fender Rhodes;
Jelle Roozenburg – chitarra, chitarra baritono;
Udo Pannekeet – basso el.; Niek de Bruijn – batteria

Ospite a sorpresa degli Snarky Puppy in occasione del loro concerto a Crossroads 2017, la cantante Lucy Woodward torna quest’anno come protagonista ufficiale del cartellone del festival.
Figlia di un direttore d’orchestra e di una musicologa, la Woodward è nata a Londra nel 1977 ed è cresciuta tra la capitale britannica, l’Olanda e, infine, New York. Gli studi jazzistici alla Manhattan School of Music hanno presto lasciato il posto alla gavetta dei piccoli live: come cantautrice la Woodward si è decisamente plasmata da sé.
Il suo esordio discografico avviene nel 2003, ma è dal secondo album, del 2008, che prende più chiaramente forma il suo personale stile fatto di R&B dal groove molto marcato e venato di jazz, in cui emerge un istinto naturale per il canto.
Nelle pause tra un disco e l’altro, la Woodward ha partecipato alla registrazione di numerose colonne sonore, ha fatto da corista per Rod Stewart, Celine Dion, Joe Cocker, Chaka Khan, Nikka Costa, è andata in tour come cantante dei Pink Martini ed è entrata nel giro degli Snarky Puppy. E proprio il leader degli Snarky Puppy, Michael League, ha prodotto il suo più recente album, Til They Bang on the Door (2016), convocando in studio anche i suoi fidati musicisti. FOTO

Domenica 8 aprile
Modena, Off Modena Live Club, ore 21:30
PARIS MONSTER
Geoff Kraly – basso el., modular synth;
Josh Dion – batteria, voce, synth bass

Nonostante il nome, i Paris Monster sono newyorkesi. E nonostante si tratti di un duo che è come una scarna sezione ritmica, sono capaci di sfoderare canzoni fatte e finite, grazie alla scenografia armonica dell’elettronica. Ma non pensate alle classiche jazz songs. Piuttosto vi troverete davanti a canzoni 2.0, con gli ammalianti timbri e i ghirigori psicotropi dei sintetizzatori. Colori e ritmi underground, sui quali la voce del batterista Josh Dion si impone con la chiarezza di un folksinger dark. Come una miscela così audace possa stimolare l’anima è presto detto: funk e soul si insinuano nelle maglie di questo minimalismo hi-tech facendo pulsare le emozioni. Kraly e Dion hanno scovato un sound decisamente diverso dal solito, che sprigiona nuove sensazioni pur rielaborando ingredienti familiari.
Geoff Kraly è arrivato a New York dopo gli studi alla Northwestern University, dove si è specializzato nei processi cognitivi dell’esecuzione e dell’ascolto musicale. Sentendo come riesce a manipolare l’attenzione dell’ascoltatore, deve essere stato il primo della classe. Oltre a essere attivo come bassista nella scena più creativa newyorkese, si sta affermando anche come produttore.
Josh Dion ha esperienze variegate, dal jazz-funk come turnista al rock ’n’ roll e all’americana con la sua band. FOTO

Martedì 10 aprile
Imola (BO), Ridotto del Teatro Ebe Stignani, ore 18
Presentazione del libro
“Racconti Jazz. Incontri Fotografici in 7/8” di Pino Ninfa (Postcart Edizioni, 2017)
interverranno l’autore e Franco Minganti     
in collaborazione con Associazione culturale POP - Combo Jazz Club
ingresso libero

Martedì 10 aprile
Imola (BO), Teatro Ebe Stignani, ore 21:15
“AMORE CHE VIENI AMORE CHE VAI” Omaggio a De André
w. Donà, Bosso, Girotto, Lanza, Marcotulli, Pietropaoli, Calcagnile
Cristina Donà – voce; Fabrizio Bosso – tromba; Javier Girotto – sassofoni;
Saverio Lanza – chitarre; Rita Marcotulli – pianoforte;
Enzo Pietropaoli – contrabbasso; Cristiano Calcagnile – batteria, percussioni
Fabrizio Bosso artist in residence

È un filone fiorente quello del flirt tra canzone d’autore italiana e jazz, con ormai innumerevoli artisti che vi si sono dedicati. Non di rado, gli stessi cantautori, con una inaspettata piroetta stilistica.
Nonostante la sua preminenza nel panorama della canzone italiana, non si può però certo dire che Fabrizio De André sia stato ampiamente esplorato in chiave jazz: ci si sono cimentati Danilo Rea, Stefano Di Battista con Fabrizio Bosso e, occasionalmente, anche Paolo Fresu. Ma “Amore che vieni amore che vai” è un’altra faccenda: in un colpo solo abbiamo, attorno alla voce dalle tinte rock di Cristina Donà, un’enciclopedica all stars del jazz italiano alle prese con le melodie del genovese. Il progetto, che ha esordito nel 2016, ruota attorno alle storie di Faber, soprattutto, anche se non esclusivamente, a quelle di donne. Con le loro liriche tenere o paradossali, romantiche o beffarde, in cui l’allegria, filtrata ironicamente, si trasforma in cinismo, le canzoni di De André sanno divertire, ma riescono anche a legarsi a momenti intimi della vita di ogni ascoltatore. Senza trascurare la sferzante etica civile dei loro testi, soprattutto pensati nel contesto in cui apparvero originariamente.

La giornata imolese di Crossroads comprenderà inoltre un appuntamento pomeridiano assieme a uno dei più celebri fotografi di jazz a livello internazionale, Pino Ninfa, che presenterà il suo libro “Racconti Jazz. Incontri Fotografici in 7/8”, affiancato nella conversazione da Franco Minganti, docente universitario e a sua volta autore di libri su temi jazzistici e sull’immaginario culturale statunitense. FOTO

Giovedì 12 aprile
Gambettola (FC), Teatro Comunale/La Baracca dei Talenti, ore 21:00
JAZZMEIA HORN
“A Social Call”
Jazzmeia Horn – voce; Victor Gould – pianoforte;
Géraud Portal – contrabbasso; Henry Conerway – batteria
Concerto rimandato al 3 maggio

Nata a Dallas nel 1991, Jazzmeia Horn è cresciuta in una famiglia molto religiosa. E infatti il suo primo approccio al canto è legato alla Chiesa, con il gospel. Nonostante il nome profetico (è proprio il suo), la scoperta del jazz per Jazzmeia arriva solamente negli anni della high school. Trasferitasi a New York nel 2009, sviluppa una vocalità che attira presto l’attenzione: sembra la perfetta incarnazione moderna delle grandi dive che hanno stabilito il canone della jazz song. Inizia quindi a essere convocata da leader del livello di Billy Harper, Delfeayo Marsalis, Mike LeDonne, Peter Bernstein, Johnny O’Neal, Vincent Herring, Kirk Lightsey, Frank Wess, Ellis Marsalis, Winard Harper, Junior Mance.
Nel 2013 si aggiudica il primo posto nella Sarah Vaughan International Jazz Competition, mentre nel 2015 vince la vera lotteria per ogni aspirante musicista jazz: la Thelonious Monk Institute International Jazz Competition. Questa affermazione le dà la possibilità di incidere A Social Call (Prestige, 2017): all’improvviso il suo talento viene rivelato alla scena internazionale. FOTO

Venerdì 13 aprile
Castel San Pietro Terme (BO), “Cassero” Teatro Comunale, ore 21:15
“Cassero Jazz”
FRANCESCO BEARZATTI SOLO
“Duke Ellington: Sound of Love”
Francesco Bearzatti – sax tenore, clarinetto
FRANCESCO BEARZATTI & FEDERICO CASAGRANDE
“Lost Songs”
Francesco Bearzatti – sax tenore, clarinetto;
Federico Casagrande – chitarra

La carriera di Francesco Bearzatti (nato a Pordenone nel 1966) si svolge ormai da tempo su una dimensione internazionale. Nella sua musica risuonano le eterogenee componenti della sua formazione: gli studi classici, il metal, la musica da ballo popolare e moderna. Una varietà di interessi che si riscontra anche nelle collaborazioni che lo hanno portato a suonare al fianco di Joe Lovano, Butch Morris, Louis Hayes, Ben Riley, Kenny Wheeler, Randy Brecker, Mark Murphy, Tom Harrell…
Nella sua attività da leader spiccano le traiettorie inaspettate seguite col suo Tinissima Quartet: dagli omaggi discografici a Tina Modotti (2008), Malcolm X (il pluripremiato X (Suite for Malcolm), 2010) e Thelonious Monk (Monk’n’Roll, 2013) sino all’intrepido This Machine Kills Fascists ispirato a Woody Guthrie (2015).
Tra lirismo e sfrenatezza Bearzatti è comunque sempre proteso in avanti. È quindi un piacere particolare sentirlo alle prese, per giunta in solo, col vocabolario fondamentale del jazz, quello di Duke Ellington. Si tratta di una situazione che darà modo al suo ammaliante stile sassofonistico di esprimersi in tutto il suo valore.
Una delle situazioni predilette da Bearzatti è quella del duo, che si tratti di suonare alla cieca, nella più totale improvvisazione, o di seguire uno standard, per stravolgerlo. È in questo contesto, assieme a Federico Casagrande, che Bearzatti tra l’altro tira fuori tutta una serie di sue composizioni accumulate nel tempo e che non hanno trovato spazio nel repertorio dei suoi gruppi. A documentare questa partnership arriverà presto anche un disco.
Nato a Treviso nel 1980, Federico Casagrande nel 2001 si distingue ai seminari di Umbria Jazz, tanto da essere invitato a suonare nell’edizione invernale del festival. Ottiene poi una borsa di studio per il Berklee College of Music di Boston: nel 2003 parte per gli Stati Uniti e da allora non ha più abbandonato l’impostazione internazionale della sua attività di musicista, tant’è che oggi risiede a Parigi. Nel 2007, fresco di diploma summa cum laude al Berklee, si aggiudica il primo premio alla Gibson Montreux Jazz Festival Guitar Competition: a presiedere la giuria c’è George Benson. Da allora Casagrande ha girato il mondo, evidenziando una capacità di portare a una comune sintesi il mainstream e il free, il suono acustico e quello elettrico, senza trascurare l’interazione con forme artistiche come la danza e la scultura. FOTO

Sabato 14 aprile
Castel San Pietro Terme (BO), “Cassero” Teatro Comunale, ore 21:15
“Cassero Jazz”
ENRICO RAVA & MAKIKO HIRABAYASHI
Enrico Rava – tromba; Makiko Hirabayashi – pianoforte
Enrico Rava artist in residence

Lo spirito poliedrico che lo contraddistingue, spinge ancora oggi Enrico Rava verso nuovi percorsi e collaborazioni artistiche. Con intraprendenza e senza troppo accomodarsi su posizioni già conquistate, continua a cercare sfide stimolanti: coi giovani emergenti della scena jazzistica, confrontandosi con l’elettronica, creando partnership con altri grandi solisti o, come in questo caso, con artisti che alle nostre latitudini devono ancora essere apprezzati.
La nascita di questo duo è stato un inaspettato ‘effetto collaterale’ del tour che Rava fece coi “Japanese Friends”, formazione interamente nipponica con Seigo Matsunaga al contrabbasso, Yasuhiro Yoshigaki alla batteria e, appunto, Makiko Hirabayashi al pianoforte.
La pianista giapponese (nata nel 1966) ha studiato al Berklee College of Music di Boston e attualmente risiede in Danimarca. Proprio nella scena danese è maturata la sua esperienza come leader: ha esordito su disco nel 2006 e da allora ha alternato titoli per la Enja e la Stunt, nei quali tra i suoi partner compaiono a più riprese Marilyn Mazur e Bob Rockwell.
Enrico Rava (nato nel 1939 a Trieste) si ispira inizialmente a figure carismatiche come Chet Baker e Miles Davis. Si avvicina però ben presto all’avanguardia, suonando con Gato Barbieri, Don Cherry, Mal Waldron e Steve Lacy. In seguito, trasferitosi a New York per una decina d’anni, collabora con altri musicisti sperimentatori, tra cui Roswell Rudd, Marion Brown, Cecil Taylor, Carla Bley. Poi ha progressivamente trovato un approccio al mainstream di notevole individualità. La personalità di Rava è unica per il modo in cui ha saputo dare frutti eccellenti sia nel campo del jazz di ricerca (specie nella prima parte della sua carriera) che nel solco della tradizione. FOTO

Domenica 15 aprile
Castel San Pietro Terme (BO), “Cassero” Teatro Comunale, ore 21:15
“Cassero Jazz”
JOHN SURMAN TRIO
“Invisible Threads”
John Surman – sax soprano, sax baritono, clarinetto basso;
Nelson Ayres – pianoforte; Rob Waring – vibrafono, marimba
esclusiva nazionale

John Surman è l’altra faccia del sassofono nordico, quella che meglio si contrappone all’egemonia sonora patinata di Jan Garbarek. Buona testimonianza di ciò è la sua sterminata presenza nel catalogo discografico dell’ECM a partire dalla fine degli anni Settanta, sia con i suoi dischi da leader che come partecipante a gruppi altrui: da Barre Phillips a Miroslav Vitous, Jack DeJohnette, Paul Bley, John Abercrombie, Tomasz Stanko…
Nato nel Devonshire nel 1944, John Surman irrompe sulla scena musicale britannica negli anni Sessanta, riuscendo a viverne anche l’eccitante ondata rock. I suoi primi album da leader infatti escono su etichette decisamente rivolte al grande pubblico pop (Deram e Islands tra le altre). Ma le sue radici jazzistiche erano già ben piantate sin da allora, ben evidenti nelle collaborazioni con Mike Westbrook, Dave Holland, Chris McGregor, John McLaughlin, la Kenny Clarke-Francy Boland big band. Per gli anni a venire non resta che citare un po’ alla rinfusa, data l’inarrestabile attività di Surman: da Gil Evans a Terje Rypdal, Archie Shepp, Warne Marsh…
Difficile incasellare Surman, che ha saputo esprimersi con la massima eloquenza dai territori della più libera improvvisazione a quelli della musica modale o delle più levigate sonorità d’ambiente. E Invisible Threads è la riprova della continua ricerca di stimoli da parte del sassofonista: il nuovo disco ECM uscito a inizio 2018 lo vede al fianco di Nelson Ayres, pianista e compositore di culto della musica popolare brasiliana, e dell’americano-norvegese Rob Waring, vibrafonista a cavallo tra jazz, musica sperimentale e contemporanea. FOTO

Lunedì 16 aprile
San Lazzaro di Savena (BO), Sala Paradiso, ore 22
CHILDREN OF THE LIGHT
Danilo Pérez – pianoforte;
John Patitucci – contrabbasso; Brian Blade – batteria
Una collaborazione Crossroads-Paradiso Jazz
prima europea

Danilo Pérez, John Patitucci, Brian Blade si trovarono assieme per la prima volta nel 2000 in occasione della registrazione del disco Motherland di Pérez. Poco dopo arrivò la chiamata che saldò indelebilmente le loro storie: un dizionario del jazz li definirebbe infatti semplicemente come “la sezione ritmica di una delle band più straordinarie di questo primo scorcio del terzo millennio: il quartetto di Wayne Shorter”. Oltre a fare parte di questa straordinaria formazione che ha segnato e ampliato i confini percettivi del jazz contemporaneo, questi tre straordinari musicisti hanno continuato a coltivare le loro singole carriere come leader. Ma è solo da pochi anni che si presentano come Children of the Light, un vero e proprio trio paritetico, sul quale aleggia l’enorme eredità shorteriana. Da questo nuovo gruppo scaturisce una musica dal notevole potere immaginifico, che ricombina e rinnova i ruoli e gli schemi del trio con pianoforte, spazzando via spavaldamente ogni elemento di routine e prevedibilità dal linguaggio jazzistico.
Il pianista panamense Danilo Pérez, oltre che con Shorter ha lasciato importanti testimonianze al fianco di Roy Haynes. Il suo stile è una sorta di compendio delle sonorità e dei ritmi pan-americani.
John Patitucci è uno dei più influenti bassisti in attività, capace di traslocare il suo strumento, sia acustico che elettrico, dal jazz al soul, il rock, il blues, la musica classica: oltre che alla testa del suo quartetto ha dato sostegno ai gruppi di leader carismatici come Chick Corea, Herbie Hancock, Stan Getz, Wynton Marsalis, Joshua Redman, Michael Brecker, Freddie Hubbard, Tony Williams… Cambiando genere, lo si è ascoltato al fianco di Sting, Astrud e João Gilberto e altre star del pop e della musica brasiliana.
Anche il batterista Brian Blade, quando non è impegnato coi suoi progetti personali, frequenta l’olimpo della musica, non solo jazz: Herbie Hancock, Kenny Garrett, Joshua Redman, Joni Mitchell, Bob Dylan… FOTO

Giovedì 19 aprile
Fusignano (RA), Auditorium Corelli, ore 21:00
FABRIZIO BOSSO SPIRITUAL TRIO featuring WALTER RICCI
Fabrizio Bosso – tromba;
Alberto Marsico – organo Hammond; Alessandro Minetto – batteria;
Walter Ricci – voce
Fabrizio Bosso artist in residence

Fabrizio Bosso ha creato lo Spiritual Trio per eseguire un repertorio musicale di grande appeal, come evidenziato dalla scaletta di Spiritual (2011), il primo disco della band, comunque già attiva dal 2008. Sonorità eccitanti pronte a catturare i sensi e a rapire l’anima, ritmi carichi di esaltazione divina: questo trio tutto piemontese guidato dall’incontenibile talento trombettistico di Bosso pesca a piene mani nel repertorio gospel e spiritual, servendolo con una saporita aggiunta di swing e rinvigorendolo con iniezioni di hard bop. Gli estremi opposti della black music, la musica per il Signore e la musica per l’Uomo, gospel e jazz, chiamati a una insolita e mistica unione.
Rispetto alle sue prime prove, lo Spiritual Trio si è poi mosso verso dimensioni altrettanto accattivanti ma più mature con il secondo disco, Purple: una nuova esplorazione della musica nera di vocazione religiosa, con scelte di repertorio sia tradizionali che moderne. Inni spirituali sotto l’aspetto di canti dall’incredibile sensualità terrena, invocazioni al Signore fatte a tutto volume, musica che arriva a possedere esecutori e ascoltatori col suo vortice ascensionale: a Bosso & C. nulla sfugge del variopinto e palpitante mondo dello spiritual.
Questa ormai rodatissima band apre ora le porte a uno special guest: Walter Ricci. Classe 1989, Ricci inizia giovanissimo a calcare i palchi dei più noti jazz club. Nel 2006 vince il “Premio Nazionale Massimo Urbani” e la sua carriera prende il via. È in quella occasione che incontra Fabrizio Bosso, che lo vorrà spesso accanto a sé e che lo sosterrà negli anni a seguire. Al 2008 risale l’inizio della sua collaborazione con Stefano Di Battista, mentre nel 2009 Pippo Baudo lo invita a Domenica In come vocalist dell’orchestra diretta da Pippo Caruso. Nella sua lunga permanenza televisiva ha modo di duettare, tra gli altri, con Michael Bublè e Mario Biondi, col quale continua poi a esibirsi anche fuori dagli studi della RAI. Da allora la carriera di Ricci ha preso un respiro internazionale, alternandosi tra collaborazioni e progetti come leader. FOTO

Venerdì 20 aprile
Imola (BO), Teatro Ebe Stignani, ore 21:15
KURT ELLING
Kurt Elling – voce;
Stuart Mindeman – pianoforte, organo Hammond; John McLean – chitarra;
Clark Sommers – contrabbasso; Jeff “Tain" Watts – batteria

Tra una diva jazz e l’altra, ogni tanto sulla Terra arriva anche una voce maschile carismatica. Kurt Elling, chicagoano classe ’67, con la sua immagine e gli atteggiamenti sfacciatamente hip è piombato come un ufo nel felpato mondo dello swing odierno. Risultato, anche per via delle doti vocali: un successo planetario, sancito dalle ripetute vittorie nei referendum sia di DownBeat (per quattordici anni consecutivi a partire dal 2000!) che di Jazz Times come migliore voce maschile.
Dopo un lungo sodalizio con la Blue Note, nel 2007 Elling è approdato alla Concord, continuando a sfornare dischi in cui l’irresistibile fascino canoro si somma a programmi musicali composti con bizzarra maestria. Sotto l’egida del producer Don Was (specializzato in Bob Dylan e Rolling Stones), una specie di nuovo corso nella carriera del cantante arrivò nel 2011, con l’album The Gate. Un’opera beffarda che poneva Elling davanti all’inevitabile bivio creato dal successo: a destra si prosegue lungo la strada del jazz, a sinistra si imbocca la rock avenue. Allora da che parte prendere? Elling divaricò le gambe, facendo lunghi passi in entrambe le direzioni. E sorpresa: come cantante pop dimostrò un’autorevolezza espressiva pari alle sue doti di jazz performer.
Il circuito virtuoso tra il richiamo pop del repertorio e la sofisticata levatura jazzistica di Elling fu confermato dal successivo 1619 Broadway – The Brill Building Project (2012), col suo affondo nella canzone statunitense tra anni Cinquanta e Sessanta. E poi ancora dal repertorio assemblato con la massima varietà ma saldamente coerente nella visione interpretativa di Passion World (2015): canzoni raccolte in giro per il globo, da Cuba all’Islanda, dalla Scozia alla Francia, tutte accomunate dall’intensità emotiva dei testi. Amori, passioni romantiche e strapazzi di cuore in un esotico viaggio attorno al mondo. Più di recente è arrivato anche un disco di songs natalizie, The Beautiful Day (2016, OKeh/Sony). FOTO

Sabato 21 aprile
Russi (RA), Teatro Comunale, ore 21:00
RAMIN BAHRAMI & DANILO REA
“Bach is in the Air”
Ramin Bahrami – pianoforte; Danilo Rea – pianoforte
Danilo Rea artist in residence

Un titolo a doppio taglio, perché se da un lato sembra riassumere l’arte musicale di Bach in una delle sue forme più canoniche, l’Air, in realtà “Bach is in the Air” così si intitola in ricordo di una canzone tutt’altro che barocca: Love Is in the Air di John Paul Young. Scelta con la quale il pianista iraniano Ramin Bahrami (nato a Teheran nel 1976, rifugiatosi prima in Italia e poi in Germania dopo essere fuggito con la famiglia in seguito alla rivoluzione islamica) chiarisce subito che una carriera votata interamente a Bach non lo ha certo fossilizzato. Così dopo dischi classici con tutti i crismi (ma capaci di scalare le classifiche di vendita), concerti gremiti e un’attività didattica e letteraria per diffondere il verbo bachiano, Bahrami ha pensato che il Kantor potesse fare un passo in più, ai nostri tempi: ritornare in contatto con l’improvvisazione, pratica esecutiva che, ancora in parte presente nella musica barocca, è rimasta poi estranea alla successive epoche della musica colta (cadenze a parte). E per questa sortita a cavallo tra i generi ha trovato il partner ideale in Danilo Rea, i cui studi classici non possono sfuggire a un orecchio attento, pur ascoltandolo nei suoi personali percorsi jazzistici.
Così ecco Bahrami a una tastiera, che continua in quel che sa far meglio: interpretare lo spartito bachiano. E al suo fianco Rea, che dopo averne colto lo spunto, si impossessa delle note del collega per usarle come materiale per una libera reinterpretazione. L’intreccio delle tastiere permette a volte di distinguere chiaramente il contrappunto bachiano dalla decorazione improvvisata, altrove invece le linee si fondono in un perfetto incastro: ne scaturisce una fantasia a quattro mani. FOTO

Domenica 22 aprile
Castelfranco Emilia (MO), Teatro Dadà, ore 21:15
TOM HARRELL QUARTET
Tom Harrell – tromba, flicorno;
Danny Grissett – pianoforte;
Ugonna Okegwo – contrabbasso; Adam Cruz – batteria

Tom Harrell, ovvero quando la musica vince sulle ombre di una annichilente malattia. Nato nel 1946 a Urbana (Illinois), Harrell ha trovato nella tromba la migliore cura per alleviare i sintomi di una grave forma di schizofrenia. Il contatto con lo strumento lo libera infatti dai suoi fantasmi e ciò risuona chiaramente nelle sue note cristalline, le linee melodiche e il fraseggio che esprimono un commovente senso di liberazione e serenità, anche nei frangenti ritmicamente più esplosivi. La forza interiore di Harrell, il contenuto espressivo delle sue improvvisazioni e una tecnica tra le più raffinate lo hanno imposto come una delle trombe più rappresentative e ammirate del jazz degli ultimi cinque decenni. Al di là dei molti premi che ne sanciscono il talento, come le ripetute affermazioni nei referendum di DownBeat e Jazz Times, Harrell è una vera icona vivente della tromba jazz per la forza con la quale ha sopraffatto i problemi personali, conquistando l’ammirazione dei colleghi e del pubblico.
Dopo i primi passi sulla scena musicale californiana, con Stan Kenton (1969), Woody Herman (1970-71) e Horace Silver (1973-77), Harrell si trasferì a New York. Sulla costa orientale i suoi primi sodalizi musicali furono con Bill Evans (1979), Lee Konitz (1979-81) e George Russell (1982). Harrell raggiunse poi l’apice del suo stile durante il lungo e celeberrimo connubio con Phil Woods, del cui quintetto fece parte dal 1983 al 1989. Da allora lo si è visto prevalentemente a capo di propri gruppi, tra i quali l’attuale quartetto spicca come una superba macchina da swing, capace di catapultare nella nostra contemporaneità l’esperienza sia delle trombe più vigorose dell’epoca hard bop (Clifford Brown) che la toccante cantabilità senza tempo di Chet Baker.
Dopo il sodalizio discografico con la RCA/BMG (1996-2003), caratterizzato soprattutto da lavori per larghi organici, Harrell registra ora prevalentemente per l’etichetta HighNote, con la quale ha rilanciato l’avventura delle sue small bands. Tra queste, il quartetto che suonerà a Castelfranco Emilia è quella di più recente costituzione: il suo esordio discografico è avvenuto nel 2017 con Moving Picture, nel quale è palpabile l’affiatamento tra musicisti con una lunga esperienza in comune maturata in altri organici (a partire dal celeberrimo quintetto del trombettista). FOTO

Giovedì 26 aprile
Forlì (FC), Istituto Masini, ore 10:00-13:00
“A day with Doris Day, la voce del Cinema americano”
alla scoperta di un mito del jazz
incontro con gli studenti dell’Istituto Masini e del Liceo Artistico di Forlì
a cura di Francesco Martinelli, docente di storia del jazz alla Siena Jazz University
parteciperanno Fabio Petretti e Michele Francesconi, curatori degli arrangiamenti
della produzione originale “Que sera, sera”, in programma il 1° maggio al Teatro Diego Fabbri
A Jazz Journey

Doris Day, la più amata “fidanzata d’America”, nacque nel 1922 a Cincinnati, da immigrati tedeschi avvezzi alla musica (il padre era maestro di coro). A soli 18 anni aveva già intrapreso la difficile arte di cantante di big band. E fu proprio il capo-orchestra Barney Rapp, dopo averla ascoltata cantare “Day by Day”, a inventare il suo nome d’arte (il cognome Kappelhoff non pareva avere grande appeal e ricordava l’origine tedesca nel momento storico sbagliato).
A 25 anni, aveva già collezionato alcuni hit discografici. Michael Curtiz la conosce durante una festa, e nel 1950 la scrittura per il film sulla biografia di Bix Beiderbecke Chimere, con Kirk Douglas e Laureen Bacall. Così iniziò una strepitosa carriera da attrice, che però non oscurò mai il suo talento di cantante, ma anzi lo comprese valorizzandolo. Nel medesimo periodo è partner di Bob Hope alla radio.
A cavallo fra gli anni ’40 e ’50, le sue fortune vengono ancora dal mercato discografico con “It’s magic” (da Amore sotto coperta), “Love Somebody”, “Again”, “Sugar Bush” (con Frankie Laine) e una meravigliosa versione di “Bewitched”. Curioso notare come in quest’ultima canzone – storia di un amore che sboccia, fiorisce e infine amaramente appassisce – le ultime strofe sono cancellate, come a chiarire subito che con Doris Day il “lieto fine” è obbligatorio.
Non sempre è facile stabilire quali sono le qualità che fanno emergere una star, ma nel caso di Doris Day ci si può provare: un’assoluta spontaneità, un paio di occhi sorridenti, una simpatia naturale, una sensualità all’acqua di rose, come il tempo richiedeva. E soprattutto una certa “leggerezza”, perfino nei ruoli drammatici, quali quelli in Amami o lasciami, a fianco di James Cagney, o nell’hitchcockiano L’uomo che sapeva troppo, assieme a James Stewart (memorabile nel finale mozzafiato la sua “Que sera, sera” in solitudine). Ma è ovviamente nelle commedie di successo che queste qualità risaltano, a fianco di attori brillanti quali Cary Grant (Il visone sulla pelle), Jack Lemmon (Attenti alle vedove), David Niven (Non mangiate le margherite) e soprattutto Rock Hudson, col quale dette vita a un sodalizio che per il pubblico americano avrebbe rappresentato la “guerra fra i sessi” in maniera ironica e divertente.
Il fatidico 1968 seppellisce quella visione del mondo e segna il ritiro di Doris dalla scena cinematografica. Inaugura però quella televisiva, con The Doris Day Show, che andrà in onda per un quinquennio. Dopodiché la “fidanzata” ritiene che gli anni siano troppi per il ruolo e sparisce da ogni tipo di schermo: ha appena passato la cinquantina… FOTO

Venerdì 27 aprile
Bologna, Estragon Club, ore 21:30
CORY HENRY & THE FUNK APOSTLES
Cory Henry – organo Hammond, tastiere;
Nick Semrad – tastiere; Adam Agati – chitarra; Sharay Reed – basso el.;
TaRon Lockett – batteria; Denise Stoudmire – voce; Tiffany Stevenson – voce
Una collaborazione Crossroads-Paradiso Jazz

Crossroads torna sul luogo del delitto, pardon, del successo: l’Estragon di Bologna, che nel 2017 ha ospitato il concerto degli Snarky Puppy. E ad esso idealmente si riallaccia questa nuova serata con Cory Henry e i suoi Funk Apostles. Henry è infatti particolarmente noto per la sua partecipazione alla squadra collettiva degli Snarky Puppy, dei quali è la figura sicuramente più di spicco oltre al leader Michael League. Ma la sua storia musicale è assai più articolata.
Innanzi tutto è un tastierista prodigio: nato a New York nel 1987, si cimentava al pianoforte e all’Hammond già all’età di due anni e al tempo della sua prima apparizione al mitico Apollo Theater ne aveva appena sei. Sin dall’adolescenza è uno dei sidemen più ricercati: lo hanno voluto nelle proprie band artisti che spaziano da Bruce Springsteen a Kenny Garrett. È entrato nel giro degli Snarky Puppy nel 2012, ma nel frattempo ha dato il via anche ai suoi progetti da leader oltre che da produttore.
È nella dimensione dal vivo che Cory Henry e i Funk Apostles sprigionano tutta la loro energia, tra futurismo e black music saldamente ancorata alle sue radici, con un tocco formale da cantautorato. Sonorità visionarie e ritmi eccitanti proiettano verso il futuro gli ingredienti della tradizione musicale nera: soul e gospel, funk e jazz. FOTO

Lunedì 30 aprile
Russi (RA), Teatro Comunale, ore 21:00
TOMMASO - MARCOTULLI - PATERNESI TRIO
+ special guest ENRICO RAVA
“Around Gershwin”
Giovanni Tommaso – contrabbasso;
Rita Marcotulli – pianoforte; Alessandro Paternesi – batteria
special guest Enrico Rava – tromba
Enrico Rava artist in residence

L’etichetta discografica del Parco della Musica non se lo è lasciato sfuggire: fresco di costituzione, il trio che allinea Giovanni Tommaso, Rita Marcotulli e Alessandro Paternesi è stato invitato a registrare in modalità live in the studio un album uscito sul finire del 2017, Around Gershwin. Sul leggio oltre ad alcune celeberrime songs di Gershwin (But Not for Me, How Long Has This Been Going On, It’s Wonderful) trovano posto anche composizioni originali di Giovanni Tommaso: agli arrangiamenti è affidato il gioco degli incastri linguistici, per dare unitarietà al tutto. I materiali originali ruotano comunque attorno a concetti sonori gershwiniani, bilanciando la spontaneità del linguaggio jazzistico con più complesse strutture armoniche.
All’interno del trio emerge un interplay che è vero e proprio dialogo tra generazioni. Alessandro Paternesi (1983) rappresenta lo slancio della nuova leva del jazz italiano, energia cinetica sulla quale si appoggiano le linee di Rita Marcotulli (1959) e quelle di Giovanni Tommaso (1941), figura imprescindibile nella definizione della fisionomia del jazz italiano moderno.
L’aggiunta a questo trio di uno special guest come Enrico Rava (1939) dilata ulteriormente lo spaccato generazionale, accentuando il valore comunicativo della musica. FOTO

Martedì 1 maggio
Forlì (FC), Teatro Diego Fabbri, ore 21:00
“QUE SERA, SERA”
Omaggio a Doris Day
ITALIAN JAZZ ORCHESTRA + special guests PETRA MAGONI & PAOLO FRESU
Direttore FABIO PETRETTI
ITALIAN JAZZ ORCHESTRA:
Achille Succi – sax alto, clarinetto basso; Marco Postacchini – sax baritono, flauto;
Daniele Giardina – tromba; Massimo Morganti – trombone, euphonium, arrangiamenti;
Michele Francesconi – pianoforte, arrangiamenti;
Paolo Ghetti – basso el., contrabbasso; Stefano Paolini – batteria.
ARCHI. Violini: Cesare Carretta, Fabio Lapi, Gioele Sindona,
Michela Zanotti, Aldo Capicchioni, Elisa Tremamunno. Viola: Aldo Zangheri.
Violoncello: Anselmo Pelliccioni. Contrabbasso: Roberto Rubini.
+ special guests: PETRA MAGONI – voce; PAOLO FRESU – tromba.
Fabio Petretti – direzione, arrangiamenti
Doris Day video collage: immagini, frammenti di film, concerti, special TV, interviste
produzione originale Jazz Network/Crossroads - Entroterre Festival - Associazione Scuola Musicale Dante Alighieri Bertinoro
Paolo Fresu artist in residence

Per il quinto anno consecutivo Crossroads approda a Forlì per quella che ormai è una tradizione: il concerto del primo maggio con l’Italian Jazz Orchestra diretta da Fabio Petretti. Tradizione che porta sempre con sé un paio di certezze: la presenza di solisti ospiti di notevole rilevanza e un programma musicale predisposto appositamente per l’occasione.
Quest’anno la produzione originale sarà dedicata a Doris Day e prenderà il titolo da una sua indimenticabile canzone: “Que sera, sera”. A intonare le melodie del repertorio della “fidanzata d’America” ci saranno due stelle della musica italiana: Paolo Fresu e Petra Magoni. Un insolito abbinamento che metterà in risalto le peculiarità di ognuno dei due artisti, il soffio lirico della tromba di Fresu e la magnifica intensità interpretativa della Magoni.
Alle loro spalle, sullo sfondo del palco, saranno proiettate immagini di repertorio che colgono Doris Day in alcuni dei tanti momenti salienti della sua carriera cinematografica (costellata di film sotto la direzione di Michael Curtiz, Alfred Hitchcock, Gene Kelly…), televisiva e musicale (soprattutto come cantante di big band). FOTO

Giovedì 3 maggio
Gambettola (FC), Teatro Comunale/La Baracca dei Talenti, ore 21:00
JAZZMEIA HORN
“A Social Call”
Jazzmeia Horn – voce; Karim Blal – pianoforte;
Géraud Portal – contrabbasso; Henry Conerway – batteria

Nata a Dallas nel 1991, Jazzmeia Horn è cresciuta in una famiglia molto religiosa. E infatti il suo primo approccio al canto è legato alla Chiesa, con il gospel. Nonostante il nome profetico (è proprio il suo), la scoperta del jazz per Jazzmeia arriva solamente negli anni della high school. Trasferitasi a New York nel 2009, sviluppa una vocalità che attira presto l’attenzione: sembra la perfetta incarnazione moderna delle grandi dive che hanno stabilito il canone della jazz song. Inizia quindi a essere convocata da leader del livello di Billy Harper, Delfeayo Marsalis, Mike LeDonne, Peter Bernstein, Johnny O’Neal, Vincent Herring, Kirk Lightsey, Frank Wess, Ellis Marsalis, Winard Harper, Junior Mance.
Nel 2013 si aggiudica il primo posto nella Sarah Vaughan International Jazz Competition, mentre nel 2015 vince la vera lotteria per ogni aspirante musicista jazz: la Thelonious Monk Institute International Jazz Competition. Questa affermazione le dà la possibilità di incidere A Social Call (Prestige, 2017): all’improvviso il suo talento viene rivelato alla scena internazionale. FOTO


Venerdì 4 maggio
Lido Adriano (RA), Cisim, ore 21:30
“Ravenna Jazz”
 “Ravenna 45° Jazz Club”
GUANO PADANO
Alessandro “Asso” Stefana – chitarra, steel guitar;
Danilo Gallo – basso el.; Zeno de Rossi – batteria

Ma è una rock band o un trio jazz? E quel nome ‘ruspante’ sarà troppo trasgressivo o non abbastanza per la musica ideata dai tre immaginifici artisti? Non fatevi troppe domande e ascoltate (facendo attenzione agli effetti lisergici).
Ricchi delle loro variegate esperienze, tra jazz, rock e musica d’autore, Alessandro “Asso” Stefana, Danilo Gallo e Zeno de Rossi nel 2008 hanno imboccato una stradina della campagna padana che improvvisamente è sbucata… nelle vaste lande del west statunitense, con una traslazione estetica e geografica degna delle ‘meraviglie’ di un Lewis Carroll. E infatti i Guano Padano mandano in cortocircuito la logica comune: vintage e avanguardia diventano tutt’uno, folk e punk sono come i due lati dello stesso 45 giri. Se ne sono accorti musicisti come Mike Patton, Marc Ribot, Chris Speed, i Calexico, Mark Orton e Vinicio Capossela, tutti rimasti coinvolti in collaborazioni con il trio.
A partire dal 2009 i Guano Padano hanno lasciato lungo la strada un singolo e tre album. Il più recente, Americana (2014), si ispira alle pagine dell’omonima antologia curata da Elio Vittorini, che fece conoscere per la prima volta in Italia opere fondamentali di numerosi scrittori statunitensi, da Poe a Hemingway, Steinbeck, Anderson, Faulkner, Fante… Dai loro racconti e le loro suggestioni prendono vita i brani del disco, che portano alla luce una sintesi di sonorità tex-mex, jazz e psichedeliche dagli effetti incantatori: colpi di sole tra musica surf e western che producono vibrazioni inquiete e impetuose. FOTO

Sabato 5 maggio
Ravenna, Teatro Alighieri, ore 21:00
“Ravenna Jazz”
FABRIZIO BOSSO QUARTET E PAOLO SILVESTRI ORCHESTRA
“THE CHAMP - to Dizzy”
Omaggio a Dizzy Gillespie
Fabrizio Bosso – tromba; Julian Oliver Mazzariello – pianoforte;
Jacopo Ferrazza – contrabbasso; Nicola Angelucci – batteria
Paolo Silvestri Orchestra: Claudio Corvini, Fernando Brusco, Sergio Vitale – trombe;
Mario Corvini, Enzo De Rosa – tromboni; Gianni Oddi – sax alto;
Marco Guidolotti – sax baritono; Michele Polga – sax tenore e soprano;
Alessandro Tomei – sassofoni, flauto
Direzione e arrangiamenti: Paolo Silvestri
Fabrizio Bosso artist in residence

Ogni volta che Fabrizio Bosso chiama al proprio fianco Paolo Silvestri, è per fare le cose in grande stile. La loro partnership fu inaugurata, nel 2007, da You’ve Changed (Blue Note), con orchestra d’archi e un cast di ospiti stellare. Poi vennero il progetto concertistico “Melodies” e Duke (Verve), nei quali l’orchestrazione tornava agli stilemi jazzistici. Ed è proprio all’omaggio a Ellington che maggiormente si riallaccia il nuovo “The Champ - to Dizzy”, sia per la tipologia d’orchestrazione che per la dedica a una figura fondamentale della storia della musica afroamericana.
La presenza del quartetto del trombettista torinese potrà in caso spingere Bosso a cavalcare l’energia dei piccoli combo che immortalarono Gillespie come il campione del be bop. Ma l’attenzione sarà comunque piuttosto rivolta al fronte orchestrale, con l’ensemble di Silvestri che darà modo a Bosso di misurarsi con le imprescindibili prove che Gillespie diede in questo campo. Prima che leader delle sue travolgenti big band, Gillespie fu infatti solista nelle orchestre di Cab Calloway, Lionel Hampton, Earl Hines, Billy Eckstine.
Bosso è notoriamente un trombettista dalla tecnica abbagliante, così come lo fu Gillespie, coi suoi inarrivabili virtuosismi sempre al servizio di una profonda espressività. Senza perdere tempo in paragoni, basterà abbandonarsi e gioire di una musica che chiede, al solista, un’eloquenza di rara intensità. FOTO

Domenica 6 maggio
Piangipane (RA), Teatro Socjale, ore 21:30
“Ravenna Jazz”
 “Ravenna 45° Jazz Club”
ANDREA MOTIS QUINTET
“Emotional Dance”
Andrea Motis voce, tromba; Ignasi Terraza pianoforte;
Josep Traver
chitarra; Miguel Artigas contrabbasso;
Joan Terol Amigó
batteria


Andrea Motis arriverà a Ravenna Jazz sulla soglia dei 23 anni (è nata a Barcellona il 9 maggio del 1995). “Emotional Dance” è il primo notevole passo della carriera internazionale di questa giovane trombettista e cantante (ma anche sassofonista) che in Spagna è già considerata una piccola diva.
La Motis ha iniziato lo studio della tromba all’età di sette anni alla Scuola Municipale di Musica di Sant Andreu. Nel 2007 entra nella Sant Andreu Jazz Band, guidata dal docente e bassista Joan Chamorro, che da allora è rimasto suo mentore e maestro. Nel corso della sua adolescenza, la Motis è stata coinvolta da Chamorro nell’incisione di sei dischi, avendo la possibilità di suonare al fianco di Wycliffe Gordon, Jesse Davis, Bobby Gordon e Dick Oatts.
Il suo talento è infine sbocciato appieno con l’avanzare dell’età: il canto si è aggiunto alla pratica strumentale e la sua figura ha assunto un tale appeal che la Impulse! non se l’è fatta sfuggire, producendo l’album che l’ha rivelata all’attenzione internazionale, Emotional Dance (2017).
Vedendone l’angelica bellezza e sentendone il jazz esteticamente incontaminato, con i suoi soli cristallini e la voce ammiccante a splendori d’altri tempi, il ricordo non può che andare a finire lì. Al giovane Chet Baker. FOTO

Lunedì 7 maggio
Ravenna, Teatro Alighieri, ore 21:00
“Ravenna Jazz”
 “Pazzi di Jazz” Young Project
ORCHESTRA DEI GIOVANI, ORCHESTRA DI PERCUSSIONI,
CORO SWING KIDS & CORO TEEN VOICES
250 giovanissimi diretti da Tommaso Vittorini, Ambrogio Sparagna & Alien Dee
special guests PAOLO FRESU, AMBROGIO SPARAGNA & ALIEN DEE
“I Got Rhythm”
Omaggio a George Gershwin nei 120 anni dalla nascita
Serata finale del progetto “Pazzi di Jazz” dedicata a Carlo Bubani
Con il sostegno del Comune di Ravenna
Con il patrocinio dell’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia-Romagna - MIUR
produzione originale
ingresso libero
A Jazz Journey

“Pazzi di Jazz” Young Project giunge alla sua quinta edizione e, visti gli esiti artistici e umani delle precedenti annate, conferma la sua formula didattica e concertistica. A distinguere l’edizione 2018 ci sarà un nuovo programma musicale, dedicato a un leggendario pianista, direttore d’orchestra e, soprattutto, autore di brani che hanno segnato la storia della musica del Novecento: George Gershwin, del quale ricorrono i 120 anni dalla nascita. A Tommaso Vittorini, a sua volta compositore e direttore d’orchestra, da poco rientrato in Italia dopo molti anni vissuti a New York, è stato affidato l’arrangiamento di una selezione di brani famosi e trascinanti del repertorio di Gershwin per l’imponente organico (250 ragazzi) del concerto che andrà in scena al Teatro Alighieri di Ravenna. Questo sarà il momento finale e culminante del percorso didattico di Pazzi di Jazz, durato ben quattro mesi con la partecipazione di numerose scuole ravennati. Quelle direttamente coinvolte nel concerto saranno la Scuola Media Don Minzoni (l’Orchestra dei Giovani), l’Istituto Comprensivo Darsena (l’Orchestra di Percussioni), le scuole primarie Mordani e Iqbal Masih (il coro Swing Kids). Il coro a cappella Teen Voices riunirà poi studenti provenienti da vari istituti.
Tommaso Vittorini, Paolo Fresu, Ambrogio Sparagna e Alien Dee sono gli artisti chiamati a dirigere il concerto e a esibirsi come solisti: una squadra ormai rodata che, prima di salire sul palco assieme alla colossale orchestra giovanile, ne ha curato attentamente la preparazione. Fresu è solista di estroso lirismo, artista tra l’altro molto attento alla formazione musicale delle giovani generazioni; Sparagna porta con sé la coinvolgente comunicativa della musica popolare; Vittorini mette in gioco tutta la sua esperienza nelle sfere alte della scrittura e la direzione orchestrale, progettando gli arrangiamenti originali per il grande organico ravennate; Alien Dee, col suo beatboxing, è ormai diventato un beniamino dei baby coristi ravennati. Maestri capaci di stimolare, incuriosire e istruire i giovanissimi studenti, portandoli all’incredibile risultato della grande esibizione finale.
L’unicità di un’esperienza formativa come Pazzi di Jazz è stata riconosciuta dalle più importanti istituzioni nazionali, che negli anni l’hanno premiata con la medaglia del Presidente della Repubblica, il Patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Patrocinio dell’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia-Romagna/MIUR. FOTO

Martedì 8 maggio
Ravenna, Mama’s Club, ore 21:30
“Ravenna Jazz”
 “Ravenna 45° Jazz Club”
ALESSANDRO SCALA QUARTET feat. NIGEL PRICE
Alessandro Scala – sassofoni; Nigel Price – chitarra;
Sam Gambarini – organo Hammond; Lorenzo Tucci – batteria

Il sassofonista ravennate Alessandro Scala è noto nei giri del jazz, della bossa nova, del nu-jazz e del funk. In questi generi si cimenta sia alla testa di propri gruppi (nei quali compaiono spesso Flavio Boltro, Fabrizio Bosso, Rosalia de Souza) che in qualità di sideman. La sua enorme dedizione alla musica senza preclusioni di stile gli permette di collaborare con nomi di rilievo in vari ambiti: Bob Moses, Marilyn Mazur, Bruno Tommaso, Jimmy Owens, Marco Tamburini, Mario Biondi, James Thompson, Simone Zanchini… Particolarmente duratura è la sua collaborazione con l’hammondista lounge Sam Paglia.
Scala ha intrapreso gli studi di clarinetto, e poi di sax, sin dall’infanzia. L’approccio al jazz avviene dapprima da autodidatta, quindi sotto la guida di Fabio Petretti e Robert Bonisolo. Perfezionatosi con Jerry Bergonzi, Bob Mintzer, Steve Grossman e Rosario Giuliani, Scala ha accumulato nel corso degli anni un enorme numero di collaborazioni che hanno forgiato le sue due anime musicali, quella in the tradition e quella ‘sporca’ di funk e soul. Le troveremo entrambe a stretto contatto anche nel suo nuovo progetto in prima nazionale: un quartetto votato al nu jazz, l’hard bop, il soul jazz, il boogaloo e arricchito dalla presenza di Nigel Price, uno dei più apprezzati chitarristi britannici, capace di fondere il linguaggio be bop con il feeling del blues, il mainstream con il boogaloo.
Come leader, Scala si presenta abitualmente alla testa di quartetti e quintetti, avendo spesso al suo fianco partner di grande livello. Queste formazioni nascono come atto d’amore verso la stagione dell’hard bop, con un repertorio che in origine era sostanzialmente ripreso da Horace Silver, Hank Mobley, Lee Morgan, Miles Davis. Successivamente Scala ha arricchito i suoi programmi musicali con brani originali di ispirazione nu jazz ma legati comunque alla tradizione. FOTO

Mercoledì 9 maggio
Ravenna, Mama’s Club, ore 10-13
“Ravenna Jazz”
 “Mister Jazz”
WORKSHOP per voce e chitarra
con SARAH JANE MORRIS & ANTONIO FORCIONE
“L’arte di arrangiare cover”

Mercoledì 9 maggio
Piangipane (RA), Teatro Socjale, ore 21:30
“Ravenna Jazz”
 “Ravenna 45° Jazz Club”
SARAH JANE MORRIS & ANTONIO FORCIONE QUINTET
“Compared to What”
Sarah Jane Morris – voce; Antonio Forcione – chitarra;
Henry Thomas – basso el.; Jenny Adejayan – violoncello; Martin Barker – batteria

Sarah Jane Morris e Antonio Forcione hanno in comune l’Inghilterra (per lei patria natìa, per lui adottiva), uno stile peculiare e una storia di successi. La loro partnership, iniziata nel 2012, ha dimostrato sin da subito una perfetta e istintiva intesa, oltre a una straordinaria forza comunicativa. Che salgano sul palco in duo o spalleggiati da un gruppo come in questo caso, un repertorio di songs celeberrime, riarrangiate con rivoluzionaria semplicità, è l’innesco per un folgorante mix di virtuosismi in punta di dita, ritmi impetuosi, ardente spiritualità e ironia in buona dose.
Sarah Jane Morris, inglese di Southampton, dove è nata nel 1959, è riuscita ad affermarsi con eguale fortuna in generi assai diversi come il jazz, il pop, il rock e l’R&B: merito del suo approccio canoro capace di passare dal sofisticato al viscerale, nonché dell’estrema estensione (quattro ottave), il perfetto controllo ritmico e l’intonazione millimetrica della sua voce.
Nel 1981 partecipò all’incisione del disco Into the Garden degli Eurythmics: il suo primo rilevante passo nel giro della musica pop che conta. È stata poi corista per i Communards di Jimmy Somerville. Nel 1986, con Don’t Leave Me This Way, i Communards e Sarah Jane scalarono le classifiche di vendita internazionali, imprimendo un marchio canoro indimenticabile. Da lì iniziò la carriera solistica della Morris, ricca di nuove collaborazioni: Riccardo Fogli, Riccardo Cocciante (col quale nel 1991 ha vinto il festival di Sanremo), Steve Martland, Matt Bianco, Marc Ribot, Dominic Miller.
Antonio Forcione, italiano di nascita ma londinese di adozione, è un virtuoso della chitarra acustica, capace di portare il suo strumento in zone mai esplorate da altri. La sua carriera si è sviluppata con notevole successo in una varietà di contesti, com’è evidente dalle sue innumerevoli collaborazioni: Biréli Lagrène, Barney Kessel, Dominic Miller, Rossana Casale, Trilok Gurtu, John Scofield, John McLaughlin, Charlie Haden, Zucchero, Bobby McFerrin, Phil Collins, Pino Daniele, Van Morrison...
Sarah Jane Morris e Antonio Forcione saranno anche protagonisti del workshop di Mister Jazz, durante il quale verrà affontata l’arte di arrangiare brani famosi e saranno messe a fuoco varie tecniche per chitarra (finger picking, flat picking-tapping, percussione) e voce (pronuncia, proiezione) su stili che spaziano dal blues al pop e il jazz. FOTO

Giovedì 10 maggio
Ravenna, Teatro Alighieri, ore 21:00
“Ravenna Jazz”
THE MANHATTAN TRANSFER & TRIO
Cheryl Bentyne, Alan Paul, Janis Siegel, Trist Curless – voci;
Yaron Gershovsky – pianoforte; Boris Kozlov – contrabbasso; Ross Pederson – batteria

I Manhattan Transfer sono ai vertici del crossover da oltre 45 anni: Tim Hauser li fondò nel 1969, per poi rinnovarne completamente l’organico (a parte se stesso) nel 1972. La formazione di oggi è ancora quella, con Alan Paul e Janis Siegel e le inevitabili sostituzioni dovute al fato: Cheryl Bentyne fa parte del gruppo dalla fine degli anni Settanta, mentre Trist Curless ha da poco sostituito il fondatore della band, scomparso nel 2014.
I Manhattan Transfer hanno cantato di tutto, dal vocalese allo swing, musica brasiliana e R&B, pop e musica orchestrale, sapendo ibridare tra loro i vari generi ma anche sapendoli restituire nella loro più pura essenza. Dieci Grammy Awards, e soprattutto milioni di dischi venduti, sono il frutto di questa loro predisposizione ecumenica verso la musica. Nel 1981 dimostrarono una volta per tutte quanto fosse impossibile confinarli nella musica commerciale o in quella ‘d’arte’: vinsero nello stesso anno il Grammy sia nella categoria pop che in quella jazz, con due diverse canzoni. A nessuno era mai riuscito prima. A dare loro il suggello definitivo nell’olimpo del jazz fu, poco dopo, l’album Vocalese (1985), al quale parteciparono Dizzy Gillespie, Ron Carter e la Count Basie Orchestra. Nel corso della loro lunga storia i Manhattan Transfer si sono esibiti con Ella Fitzgerald, Tony Bennett, Bobby McFerrin, Phil Collins, B.B. King, Chaka Khan… FOTO

Venerdì 11 maggio
Lido Adriano (RA), Cisim, ore 21:30
“Ravenna Jazz”
 “Ravenna 45° Jazz Club”
RAUL MIDÓN
voce, chitarra, pianoforte, percussioni

Comunque cerchiate di definirlo, ricorrendo alle aspettative sonore del cantautorato, del soul, del retroterra latineggiante, Raul Midón riuscirà sempre a spiazzarvi e a stupirvi, da vero ‘avventuriero’ della sei corde (nonché delle percussioni). Così è anche nel suo più recente disco, dal titolo non poco autoironico, Bad Ass and Blind (2017), nel cui eclettismo stilistico, tra gospel, folk, rock e jazz, si rivela tutta la contagiosa estroversione che Midón sa riversare nelle sue esibizioni live.
Midón, originario del Nuovo Messico, cieco sin dalla nascita (1966), è un cantautore nella cui chitarra si cela un’intera orchestra: la sua capacità di sovrapporre linee melodiche, riempimenti armonici e stacchi ritmici è di un abbagliante virtuosismo. Nel suo approccio, che comunque rimane inequivocabilmente personale, si possono cogliere tracce di altri poeti della voce & chitarra come Richie Havens, Sting e Paul Simon.
Trasferitosi in Florida negli anni Novanta, Midón partecipa a produzioni di pop latino. Lavora come corista in studio e in tour con star quali Shakira, Julio Iglesias e José Feliciano. Presto inizia a girare voce del suo talento e nel 2005, dopo il trasferimento a New York, esce il suo primo disco da leader per una major (State of Mind, EMI Manhattan Records). Da allora sono arrivati album di sempre più sofisticata fattura e collaborazioni cinematografiche di rilievo (con Spike Lee). L’originalità del suo stile ha attirato l’attenzione di musicisti assai diversi, che hanno voluto suonare con lui: da Herbie Hancock a Stevie Wonder, Queen Latifah e Snoop Dogg. FOTO

Sabato 12 maggio
Madonna dell’Albero (RA), Bronson, ore 21:30
“Ravenna Jazz”
“Ravenna 45° Jazz Club”
SONS OF KEMET
Shabaka Hutchings – sax tenore; Theon Cross – tuba;
Eddie Hick – batteria; Tom Skinner – batteria

I Sons of Kemet sono i profeti di un funky sciamanico tribale, dai ritmi hi-tech e le armonie low-res: feroci e sensuali, lirici e scabrosi, mischiano folk caraibico, solismi jazzistici e ritmi della diaspora africana.
Attiva dal 2011, questa band britannica è arrivata al debutto discografico nel 2013 (Burn), dopo avere maturato alla perfezione il proprio sound decisamente poco ortodosso, con due batterie che sparano accenti come armi automatiche e la linea di basso affidata alla tuba, che al contrario crea una specie di effetto slow motion. Il sax di Shabaka Hutchings plana su questo magmatico strato sonoro con l’eloquenza di una perorazione free e una chiarezza discorsiva che sembra farne un lontano erede del Gato Barbieri ‘terzomondista’.
Mente creativa del gruppo, il sassofonista Shabaka Hutchings è nato a Londra ma è cresciuto alle Barbados, studiando clarinetto classico e assorbendo calypso e reggae. Rientrato in Gran Bretagna nel 1999, completa gli studi alla Guildhall School of Music e si immerge in una stratificata attività musicale jazzistica, che spazia dallo swing al free. Prima ancora dell’inizio dell’avventura dei Sons of Kemet, la BBC Radio 3 lo aveva già nominato “New Generation Jazz Artist” (2010). FOTO

Domenica 13 maggio
Ravenna, Teatro Alighieri, ore 21:00
“Ravenna Jazz”
CHICK COREA
piano solo

Gli esordi di Chick Corea (nato nel Massachusetts nel 1941) verso la metà degli anni Sessanta non sono affatto trascurabili: suona con Blue Mitchell e nel giro della musica latina con Willie Bobo e Mongo Santamaría. Ma tutto ciò scompare nel raggio accecante di quel che avvenne poi: alla fine degli anni Sessanta Corea entra nel gruppo di Miles Davis, ed è lui il tastierista che sta dietro la svolta elettrica che cambiò il corso del jazz (In a Silent Way, Bitches Brew). Contemporaneamente Corea dà una sterzata alla sua carriera da leader e dopo le arditezze progressiste del gruppo Circle si sintonizza sulla nuova onda del jazz elettrico con una band entrata nel mito: i Return to Forever.
Con il riflusso del jazz rock, genere del quale Corea va annoverato tra i ‘padri fondatori’, si apre un nuovo periodo per il pianista, capace di reinventarsi continuamente e di dar vita a nuove band accolte sempre con l’attenzione dovuta ai grandi eventi. Indimenticabili sono le sue collaborazioni con Gary Burton, Herbie Hancock, Michael Brecker, Miroslav Vitous e Roy Haynes. Poi i decenni a noi più vicini, con le sue memorabili Akoustic Band ed Elektric Band e nuovi sensazionali accostamenti musicali: con Bobby McFerrin, Pat Metheny, Béla Fleck, John McLaughlin e Kenny Garrett, Hiromi, Stefano Bollani…
Nella dimensione del piano solo, Corea lascia emergere la sua vena rapsodica, la ricerca di stimoli insoliti per l’ispirazione musicale (talvolta coinvolgendo il pubblico in prima persona). Ma soprattutto scava nel suo repertorio compositivo. FOTO

Martedì 15 maggio
Correggio (RE), Teatro Asioli, ore 21:00
“Correggio Jazz”
GIOVANNI GUIDI “SALIDA”
Giovanni Guidi – pianoforte; David Virelles – tastiere;
Dezron Douglas – contrabbasso; Gerald Cleaver – batteria

Quello che passerà anche per Correggio è il tour d’esordio di “Salida”, la nuova formazione diretta da Giovanni Guidi: un quartetto dalla peculiare struttura, con due tastieristi di fronte alla ritmica. Quest’ultima vanta veri propulsori come Dezron Douglas e Gerald Cleaver, coi quali peraltro Guidi ha già ottima familiarità. Del tutto inedita è invece la collaborazione con il pianista cubano (ma di base a New York) David Virelles: figura tra le più interessanti della new wave pianistica d’oltreoceano (incide come leader per ECM, oltre a collaborare con Ravi Coltrane, Chris Potter, Tomasz Stanko, Henry Threadgill).
Votato a un modernismo accattivante dalle armonizzazioni poco convenzionali, in bilico tra rarefazione billevansiana ed esplosioni ceciltayloriane, lo stile pianistico di Giovanni Guidi è immediatamente riconoscibile indipendentemente dal contesto che lo accoglie, dai suoi soli, piccoli gruppi ed ensemble allargati sino alla partecipazione a formazioni altrui (in primis quelle di Enrico Rava, che è stato ed è tuttora per Guidi una sorta di mentore, avendolo rivelato nella sua band Under 21, per poi continuare a convocarlo in vari altri organici). Nonostante la sua ancora giovane età (è nato a Foligno nel 1985), Guidi ha già fatto man bassa di premi e riconoscimenti (incluso il Top Jazz come “miglior nuovo talento” nel 2007) e ha preso il largo sulla scena internazionale. FOTO

Mercoledì 16 maggio
Correggio (RE), Teatro Asioli, ore 21:00
“Correggio Jazz”
MARIALY PACHECO & RHANI KRIJA
“Marocuba”
Marialy Pacheco – pianoforte; Rhani Krija – percussioni
AARON GOLDBERG TRIO
Aaron Goldberg – pianoforte; Matt Penman – contrabbasso; Leon Parker – batteria

Nata a L’Avana nel 1983, Marialy Pacheco è stata la prima donna a vincere la Montreux Solo Piano Competition, nel 2012. Ed è stata anche la prima pianista jazz donna a essere scelta come “Artista Bösendorfer”. Cresciuta in una famiglia ad alto tasso musicale e avvicinatasi sin da piccola al pianoforte, ha riscosso i primi successi nel suo paese (nel 2002 ha vinto il concorso Jo-Jazz, con la giuria presieduta da Chuco Valdés), prima di trasferirsi in Europa. Nel 2014, dopo una serie di dischi in solo, realizza Introducing, in trio. Oltre alla formazione di base compaiono alcuni ospiti: è qui che per la prima volta incide con Rhani Krija. I due si ritrovano poi per la registrazione del più recente disco di Marialy: Duets (2017), per il quale si è circondata di collaboratori come Hamilton de Holanda, Omar Sosa, Joo Kraus, Miguel Zenon.
Il percussionista marocchino Rhani Krija (classe 1971) è noto soprattutto per la sua collaborazione con Sting, iniziata nel 2003. Lo si è sentito all’opera in numerosi progetti del celeberrimo cantante, incluso il superlativo tour “Symphonicity”. È grazie a questa esperienza che ha potuto suonare con Herbie Hancock e Chick Corea. Ma lo si è sentito anche assieme a Omar Sosa, Don Byron, Dominic Miller…
Aaron Goldberg, nato a Boston nel 1974, ha studiato con Jerry Bergonzi e frequentato la New School for Jazz and Contemporary Music di New York, laureandosi infine ad Harvard. Il suo esordio discografico avviene nel 1999 con Turning Point, un album in cui al suo trio si aggiungono Mark Turner e Joshua Redman. Il trio è decisamente il format col quale Goldberg esprime al meglio le sue doti pianistiche: una tecnica sopraffina, caratterizzata da una sbalorditiva sottigliezza delle dinamiche, associata a un’espressività al calor bianco. Notevoli i risultati che ha raggiunto col trio OAM (con Omer Avital e Marc Miralta) e soprattutto col trio completato da Reuben Rogers ed Eric Harland (che serviva anche come sezione ritmica per Joshua Redman). Goldberg ha inoltre collaborato con Al Foster, Betty Carter, Freddie Hubbard, Wynton Marsalis… FOTO

Giovedì 17 maggio
Correggio (RE), Teatro Asioli, ore 21:00
“Correggio Jazz”
“La meravigliosa fisarmonica della Regina Loana”
di GIANNI COSCIA
Gianni Coscia – racconti e fisarmonica

Gianni Coscia ha sempre manifestato un estro trasversale, nella musica (muovendosi da sempre a cavallo tra jazz, ricerca colta e musica popolare) come nella concezione dello spettacolo (in cui l’affabulazione sospinge l’esecuzione musicale).
Pluralità di livelli che si trova anche nel suo solo “La meravigliosa fisarmonica della Regina Loana”, ispirato al romanzo di Umberto Eco La misteriosa fiamma della regina Loana. Data la fraterna amicizia che ha legato Coscia ed Eco dai primi anni Quaranta sino alla recente scomparsa del celeberrimo semiologo, e visto anche l’argomento del libro (un viaggio nei radio days, ricco di riferimenti alle canzoni del periodo fra le due guerre e poco oltre), non è da escludere che nel protagonista del suo romanzo Eco abbia celato alcuni tratti dell’amico musicista. E così, eseguendo e chiosando canzoni che spaziano dagli anni Venti ai Cinquanta, Coscia darà un’interpretazione musicale delle pagine di Eco che suonerà però anche come un’autobiografia del fisarmonicista stesso.
Gianni Coscia (Alessandria, 1931) si è formato nell’orchestra di Gorni Kramer, imbracciando poi la fisarmonica in compagnia di Joe Venuti, Bud Freeman, Sir Charles Thompson, Gianluigi Trovesi, Enrico Rava, i colleghi di strumento Marcel Azzola, Richard Galliano, Antonello Salis. A dimostrare la sua versatilità ci sono le collaborazioni con Luciano Berio da una parte e quelle con le star del pop nazionale dall’altra (De André, Guccini, Milva e Celentano). FOTO

Sabato 19 maggio
Correggio (RE), Teatro Asioli, ore 21:00
“Correggio Jazz”
MAURO OTTOLINI
“Tenco: come ti vedono gli altri”
Mauro Ottolini – direzione, arrangiamenti, trombone, voce; Vanessa Tagliabue Yorke – voce;
Vincenzo Vasi – voce, theremin, strumenti giocattolo;
Stefano Menato – sassofoni; Roberto de Nittis – pianoforte;
Riccardo Di Vinci – contrabbasso; Paolo Mappa – batteria; Enrico Terragnoli – chitarra, banjo.
ORCHESTRA SINFONICA DEI COLLI MORENICI (31 elementi):
20 archi, 2 flauti, 2 clarinetti, 2 trombe, 2 corni, 2 fagotti, 1 oboe
Mauro Ottolini artist in residence

Mauro Ottolini è il leader di alcune delle più sorprendenti formazioni della musica creativa italiana: gli Smashing Triad(s), i Lato Latino, l’orchestra Ottovolante, oltre al gruppo che più ha contribuito alla sua fama, i Sousaphonix. Con questa band dall’organico ampio e variabile, che rivela al massimo grado il suo amore per il jazz antico e contemporaneo, sorvolando piuttosto l’era di mezzo del bop, Ottolini è stato meritatamente travolto dal successo, vincendo anche il Top Jazz nel 2012. E nel corso degli anni ha sfornato dischi memorabili (The Sky Above Braddock, Bix Factor, Musica per una società senza pensieri) e dato vita a numerosi programmi musicali (notevole la sonorizzazione dal vivo del film di Buster Keaton Seven Chances). Tra questi, spicca per magniloquenza l’omaggio alle canzoni di Luigi Tenco, nato su richiesta proprio del Club Tenco, che con esso ha voluto celebrare il 50° anniversario della morte del cantautore.
Si sono fatte le cose in grande: Ottolini ha pescato con curiosità nel canzoniere di Tenco, andando ben oltre i titoli più noti, ha riarrangiato da par suo, con fantasia timbrica quasi fantascientifica e innesti ritmici e armonici che proiettano le semplici canzoni popolari in una dimensione di conturbante modernità. E l’esecuzione è affidata a solisti e ritmica jazz (sostanzialmente il nucleo dei Sousaphonix) circondati da un’orchestra sinfonica. “Tenco: come ti vedono gli altri” è già uscito anche in disco ed è stato uno dei bestsellers del 2017. Al successo eclatante ha contribuito anche l’impressionante parterre di cantanti convocato da Ottolini: Gino Paoli, Petra Magoni, Daniele Silvestri, Roy Paci, Alberto Fortis, Rossana Casale, Renzo Rubino, Karima, Bocephus King, Edda, Kento, Vanessa Tagliabue Yorke, Vincenzo Vasi. Lista alla quale, per i live, si è aggiunto anche Giuliano Sangiorgi. FOTO

Domenica 20 maggio
Correggio (RE), Teatro Asioli, ore 21:00
“Correggio Jazz”
TIGRAN HAMASYAN SOLO
“An Ancient Observer”
Tigran Hamasyan – pianoforte, tastiere, elettronica

Gestualità, postura e, quel che più conta, espressività musicale sono à la Brad Mehldau: è davvero il caso di tenere gli occhi aperti su Tigran Hamasyan. Ma il pianista armeno (nato nel 1987) non è certo un emulo. Persegue invece una spiccata originalità: nella musica che esegue emerge prima di tutto l’elemento folklorico del suo paese. Ad arricchirne la tavolozza intervengono poi elementi jazzistici e, sporadicamente, rock.
Tigran ha collaborato con artisti come Dhafer Youssef, Ari Hoenig, Lars Danielsson e, recentemente, con Arve Henriksen, Eivind Aarset e Jan Bang (Atmosphères, su ECM). Ma già dai suoi primi passi ha puntato sull’attività da leader. Dopo aver vinto il concorso pianistico del Montreux Jazz Festival (2003), la Thelonious Monk International Jazz Piano Competition (2006) e svariati altri premi, ha dato il via alla sua produzione discografica con World Passion (2006). I dischi più recenti, grazie all’intervento di etichette come Verve, ECM, Nonesuch, lo hanno rapidamente imposto all’attenzione internazionale, permettendogli di conquistare i favori del pubblico e degli ‘addetti ai lavori’, se così possiamo chiamare due suoi celebri fan: Herbie Hancock e… Brad Mehldau.
An Ancient Observer (Nonesuch, 2017) è la più recente uscita discografica, in solo: un concentrato di esotismo, vortici narrativi, epopee folk. FOTO

Martedì 22 maggio
Correggio (RE), Teatro Asioli, ore 21:00
“Correggio Jazz”
BOBBY WATSON QUARTET
“Made in America”
Bobby Watson – sax alto; Stephen Scott – pianoforte;
Curtis Lundy – contrabbasso; Eric Kennedy – batteria

Bobby Watson, emerso dai Jazz Messengers di Art Blakey, ha sviluppato sul sax alto uno degli stili più personali dagli anni Ottanta ad oggi.
Nato nel 1953 a Lawrence (Kansas) ma cresciuto a Kansas City, Watson ha ampiamente assorbito l’influsso della grande scuola jazzistica di quella città. Dopo aver frequentato l’università di Miami (dove ebbe come ‘colleghi di studio’ Pat Metheny e Jaco Pastorius) il sassofonista si trasferisce a New York. È il 1975 e poco dopo, nel 1977, inizia a mettersi in luce all’interno dei Jazz Messengers di Art Blakey, addirittura nel ruolo di direttore musicale. Il gruppo di Blakey è stata la più efficiente fucina di giovani talenti del jazz moderno, e infatti quando Watson esce dalla band, nel 1982, non gli mancano certo le proposte di collaborazioni d’alto livello: Max Roach, Louis Hayes, George Coleman, Branford Marsalis, Sam Rivers, Wynton Marsalis…
Le prime importanti occasioni di presentarsi come leader su disco gli giungono però dall’Italia: nel 1985 la milanese Red Records gli produce due album in studio che ancora oggi rimangono tra i suoi migliori esiti discografici, Appointment in Milano e Round Trip. E dopo la Red (che continua a registrarlo anche in seguito) si fanno sotto le major: Blue Note e Sony/Columbia.
Negli ultimi anni Watson si è concentrato soprattutto sul suo quintetto Horizon e sugli organici orchestrali di grandi dimensioni, mentre molta parte della sua attività si è focalizzata nel settore educativo, grazie al prestigioso incarico che gli è stato affidato dall’Università del Missouri di Kansas City, dove è stato nominato direttore del dipartimento di jazz.
In tempi recenti lo si è visto di rado in Italia: ritrovarlo e ascoltarlo a capo del quartetto col quale ha recentemente inciso Made in America per l’etichetta discografica dello Smalls di New York sarà certamente un’esperienza rinvigorente. FOTO

Mercoledì 23 maggio
Correggio (RE), Teatro Asioli, ore 21:00
“Correggio Jazz”
GIANLUCA PETRELLA & PASQUALE MIRRA
Gianluca Petrella – trombone, effetti; Pasquale Mirra – vibrafono, percussioni, effetti
GHOST HORSE
Dan Kinzelman – sax tenore, percussioni; Filippo Vignato – trombone, percussioni;
Glauco Benedetti – euphonium, tuba, percussioni; Gabrio Baldacci – chitarra baritono;
Joe Rehmer – contrabbasso, percussioni; Stefano Tamborrino – batteria

Gianluca Petrella e Pasquale Mirra danno vita a un duo atipico nella strumentazione acustica di base, oltre che negli sviluppi timbrici creati dagli interventi dell’elettronica. Verrà alla luce il tratto comune a questi due solisti: la curiosità di esplorare percorsi sonori in cui è la musica stessa a dettare la rotta da seguire.
Gianluca Petrella, lanciato nell’orbita del jazz italiano da Enrico Rava, ha poi saputo distinguersi per la sua potente individualità, messa in mostra nelle numerose formazioni da lui create: Indigo 4, Tubolibre, Cosmic Band, SoupStar, che lo hanno portato ai vertici della scena nazionale.
Pasquale Mirra è tra i vibrafonisti più attivi nel panorama del jazz italiano. Ma la sua attività ha raggiunto ormai dimensioni ampiamente internazionali, anche nelle collaborazioni (Hamid Drake, Fred Frith, Nicole Mitchell, Rob Mazurek, Butch Morris…).
Il nome dei Ghost Horse richiama quello di un altro gruppo che da anni anima le scene italiane, gli Hobby Horse, e l’assonanza non è casuale. Dan Kinzelman, Joe Rehmer e Stefano Tamborrino, ovvero i tre Hobby Horse, espandono quella loro esperienza sino alla dimensioni del sestetto. Un raddoppio di organico ottenuto convocando personalità particolarmente affini nell’idea di ricerca musicale, come nella giovane anagrafe: Filippo Vignato, Glauco Benedetti  e Gabrio Baldacci. Poliritmie afro e latine, free jazz e hip hop, sonorità dark e geometrie messe in loop: coi Ghost Horse la sperimentazione si fa collettiva. FOTO

Venerdì 25 maggio
Bagnacavallo (RA), Chiostro - Complesso di San Francesco, ore 21:00
DEREK BROWN “BEATBoX SAX”
Derek Brown – sax tenore, voce
prima italiana assoluta

Nato nel 1983, cresciuto nel Michigan e trasferitosi poi in Texas, Derek Brown è ora di base a Chicago, nella cui scena musicale lo si può intercettare all’interno di numerose band, senza esclusione di generi: jazz, pop, funk, fusion. Intensa è anche la sua attività in tour, che lo ha portato in giro per il mondo. Eppure questa è la sua prima apparizione in Italia. E senza gruppo: perché il salto di qualità di questo inconsueto sassofonista è stata l’ideazione di “BEATBoX SAX”, col suo approccio assolutamente innovativo allo strumento d’ottone. Sul web, in poco tempo è diventato una star, con milioni di visualizzazioni dei suoi sorprendenti videoclip, oltre che dei tutorial didattici che realizza a cadenza settimanale.
Utilizzando sia tecniche note (slap tongue, respirazione circolare) che procedimenti del tutto inusuali (inclusa una peculiare forma di vocalizzazione derivata dal beatbox che si innesta tra i freseggi del sax), dà vita a una musica coinvolgente e fuori da ogni schema, fresca e ricercata. Assolutamente senza ricorso all’elettronica: immaginate un Bobby McFerrin col sax al posto del microfono… FOTO

Sabato 26 maggio
Correggio (RE), Teatro Asioli, ore 21:00
“Correggio Jazz”
OMAR SOSA & YILIAN CAÑIZARES DUO
+ special guest GUSTAVO OVALLES
“Aguas”
Omar Sosa – pianoforte, Fender Rhodes, effetti;
Yilian Cañizares – violino, voce; Gustavo Ovalles – percussioni

Lo stile del cubano Omar Sosa è come un disegno futurista sul mappamondo delle musiche ‘locali’: tenendo sempre ben stretto il legame con le sue origini (la tradizione del folclore di Cuba), Sosa di volta in volta si accosta agli stimoli musicali di altre parti del globo, passando dall’Africa settentrionale alla cultura araba. La spinta innovativa di Sosa viene dal ripensare questi influssi etnici sulla base dell’impulso ritmico del jazz e dei linguaggi musicali delle ‘tribù urbane’: funky, rap e hip hop.
In questo girovagare per continenti, “Aguas” (che approderà su disco il prossimo settembre) è come un ritorno alle origini. In compagnia della connazionale, e anche lei espatriata, Yilian Cañizares, Sosa ripensa alle proprie radici e tradizioni. Un incrocio di ritmi afrocubani, musica classica e jazz dà vita a canzoni capaci di spaziare dall’intimismo alla più estrosa esuberanza, sottolineata dalle variopinte percussioni (tamburi Batá, congas, bongos, quitiplas, maracas, guiro, piatti e altro) del venezuelano Gustavo Ovalles.
Omar Sosa (classe 1965), pianista a cavallo tra jazz e world music, ha saputo infondere una personalissima impronta alla musica di matrice afrocubana. Ha dato vita a numerose collaborazioni, tra le quali spicca quella con Paolo Fresu, ma ha costantemente coltivato anche l’arte del piano solo (documentata su ben sei dischi).
Yilian Cañizares, nata L’Avana nel 1981, si forma come violinista prima in patria e poi in Svizzera. Si avvicina quindi al canto e, con esso, al jazz, che si insinua sullo stesso pentagramma con la musica cubana e la classica.
Gustavo Ovalles, nato a Caracas nel 1967, collabora con Omar Sosa dal 1999. Il loro sodalizio è alla base dell’album in duo Ayaguna (2003). FOTO

Domenica 27 maggio
Correggio (RE), Teatro Asioli, ore 17:30
“Correggio Jazz”
ON TIME VARIABILE ORCHESTRA
plays
“Racconti mediterranei”
Direttore: CRISTIANO ARCELLI
Borsisti “On Time” 2017: Michele Paccagnella – chitarra; Matteo Pontegavelli – tromba;
Mauro Pallagrosi – sax soprano; Francesco Zaccanti – contrabbasso; Filippo Morini – pianoforte; Fabio Mazzini – chitarra.
Docenti “On Time” as  guests: Cristina Renzetti – voce; Alessandro Paternesi – batteria;
Marcello Allulli – sax tenore; Cristiano Arcelli – sax alto; Francesco Diodati – chitarra;
Francesco Ponticelli – basso
+ i migliori allievi dei corsi di Correggio “On Time” 2018
ingresso libero - produzione originale
A Jazz Journey

La On Time Variabile Orchestra nasce dall’esperienza del workshop “On Time” che si tiene a Correggio nel periodo del festival. Attorno ai sei docenti, tutti affermati talenti della scena jazz nazionale, con il sassofonista Cristiano Arcelli a dirigerne i lavori, si raccolgono due generazioni di studenti: i migliori allievi dei seminari di quest’anno e i vincitori delle borse di studio dell’edizione 2017. Tra gli uni e gli altri, si raggiunge un organico da big band, con una ventina di musicisti.
Filo conduttore dei seminari è il lavoro di composizione nelle sue varie fasi: docenti e allievi si troveranno congiuntamente impegnati nella creazione di un’opera inedita che sarà al centro dell’esibizione dal vivo dell’orchestra. Il titolo di questa produzione originale, “Racconti mediterranei”, non è per nulla casuale: il progetto infatti guarderà alle musiche provenienti dai paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo, cercando una sintesi delle loro tradizioni oltre che delle culture che vi giungono attraverso le “vie dei migranti”. FOTO

Mercoledì 30 maggio
Correggio (RE), Teatro Asioli, ore 21:00
“Correggio Jazz”
FRANCO D’ANDREA TRIO
con Mauro Ottolini & Daniele D’Agaro
+ special guest HAN BENNINK
 “Traditions Today”
Franco D’Andrea - pianoforte; Mauro Ottolini - trombone;
Daniele D’Agaro - clarinetto; Han Bennink – rullante
Mauro Ottolini artist in residence

Franco D’Andrea (Merano, 1941) è una delle figure più rilevanti del jazz made in Italy e, dopo decenni di attività, dimostra di essere entrato in una luminosa fase della sua carriera in cui ogni situazione strumentale ha raggiunto il punto di perfetta cristallizzazione: dalle stupefacenti performance del collaudato quartetto, all’innovativa proposta in trio con i fiati di Mauro Ottolini e Daniele D’Agaro, sino alla dimensione più raccolta del piano solo.
Il suo trio con Ottolini e D’Agaro è da anni una delle formazioni più blasonate del jazz nazionale. Con questo organico D’Andrea procede lungo percorsi dal fascino enigmatico, come un esploratore che avanza in una terra sconosciuta. In questo contesto che riduce ai minimi termini l’idea di jazz band alla Hot Five, il pianoforte gioca una molteplicità di ruoli grazie alla sua tipica orchestralità. La musica si sviluppa tra riff, poliritmie, contrappunti improvvisati, astrazioni e sonorità talvolta ispirate allo stile jungle ellingtoniano.
In questo contesto si cala alla perfezione, un po’ caricandolo di accenti ritmici, un po’ sdrammatizzandolo con la sua giocosa teatralità, Han Bennink (classe 1942). Basta nominarlo e si pensa subito a uno dei batteristi più iconoclasti, pittoreschi e imprevedibili dell’intera storia del jazz. La sua incontenibile fantasia applicata al free dona alla musica completamente improvvisata una forte valenza narrativa. Ma non va dimenticato che il batterista olandese ha dato prove di magistrale virtuosismo a 360° in campo jazzistico, dal dixieland allo swing al mainstream moderno (anche con Dexter Gordon e Sonny Rollins). Rimane comunque il paladino della fervida avanguardia olandese e del jazz progressista in generale (assieme a Eric Dolphy, Steve Lacy, Don Cherry, Misha Mengelberg, il Clusone Trio…). FOTO

Venerdì 1 giugno
Correggio (RE), Teatro Asioli, ore 21:00
“Correggio Jazz”
ZENO DE ROSSI “ZENOPHILIA” TRIO
Zeno de Rossi – batteria;
Filippo Vignato – trombone; Piero Bittolo Bon – sax alto, clarinetti
PIPE DREAM
Hank Roberts – violoncello, voce;
Giorgio Pacorig – pianoforte, Fender Rhodes;
Filippo Vignato - trombone; Pasquale Mirra – vibrafono;
Zeno de Rossi – batteria

Una joint venture tra il collettivo El Gallo Rojo e l’etichetta discografica Auand ha tenuto a battesimo nel 2017 Zenophilia, l’esordio discografico di questo trio dalle sonorità taglienti (anche perché privo di strumenti armonici). Chiamando al proprio fianco un talento emergente come Filippo Vignato e uno spirito affine come Piero Bittolo Bon, Zeno de Rossi fa piazza pulita di qualunque idea ordinaria possa essere eseguita da un trio. Con “attrazione per il diverso” come motto, il gruppo si avventura tra marce sgangherate, improvvisazioni dalla paradossale architettura, R&B filtrato da una cortina allucinogena: il gioco d’azzardo con i suoni è, per Zenophilia, un modo per celebrare culture diverse.
Alla lettera, pipe dream sarebbe un sogno irrealizzabile. Invece i nostri ci sono riusciti: Giorgio Pacorig, Filippo Vignato, Pasquale Mirra e Zeno de Rossi, esemplare selezione della frangia più ricercata del jazz italiano, hanno coinvolto Hank Roberts in una formazione dalle sonorità cameristiche a dir poco peculiari che flirtano col folk, il rock, sperimentalismi vari ed echi africani.
Formatasi nel 2017, la band ha trovato una perfetta sintonia tra la sua base italiana e l’estrosa presenza di Hank Roberts, violoncellista di culto della scena avant newyorkese. Nato in Indiana nel 1954, Roberts è emerso nella leggendaria scena Downtown degli anni Ottanta a fianco di Tim Berne, Marc Ribot, John Zorn e soprattutto di Bill Frisell, con il quale collabora dal 1975. FOTO


 


Index | Comunicati stampa | Calendario eventi | Schede artisti | Ravenna Jazz Aperitifs | Foto per la stampa | I seminari | Info e prevendite | Link utili